BOVINO

Panorama di Bovino

                                                  Panorama di Bovino

    A 29 chilometri da Foggia, adagiata su tre colli, a 647 metri s.l.m., nel subappennino dauno a guardia della sottostante valle, si erge Bovino, uno dei centri più caratteristici e storici della Puglia, già celebre come centro di traffici ed ambito caposaldo strategico. Attualmente, Bovino non ricopre più la carica di protagonista come nei tempi passati, ma per le sue bellezze, la sua arte, la sua amenità, si fregia dal 2002 del titolo di “Uno dei borghi più belli d’Italia”.

Resti dell’antica Vibonium nei pressi di Valleverde

La sua più antica ubicazione, non è dove sorgono le sue attuali dimore, ma bensì nella zona tra il Santuario di Valleverde e il torrente Cervaro collegata con un camminamento sotterraneo ad una fortezza sita là dove ora sorge il castello ducale e alle altre zone abitate: casale, casalene… (Populi vibinantes). Qui si estese l’antica Vibonium, porta del Tavoliere, citata da Plinio, fondata e abitata dagli Osci nel 1108 a.C. . Fu un’altra colonia Osca, che l’assaltò e distrusse col fuoco intorno al 400 a.C. , e nel 329 fu riedificata a monte dai Dauni,  intorno alla quella che era la fortezza.

Qui, divenne la Vibinum importante, elegante e prestigiosa: fu municipio romano dopo la guerra sociale del 90 a.C., governata dagli Augustales, cinta da mura e torri, servita da un’imponente acquedotto, con maestosi templi, splendidi monumenti, il foro, il teatro, giardini ed orti. Nei suoi pressi, come citato da Polibio si accampò anche Annibale e il posto, a ricordo di tale avvenimento, conserva ancora il nome di Montecastro.  Partecipò a varie guerre, e per la sua strategica posizione, fu più volte distrutta e riedificata.  Subì la dominazione Longobarda e Bizantina e riedificata dopo la distruzione da parte di Costante II . Assalita dai Normanni fu ancora una volta bruciata e rasa al suolo (1049) da  Drogone uno dei più grandi distruttori-costruttori della storia, che fedele al suo modo di agire, la ricostruì sulle sue rovine ed inoltre eresse il suo castello sui resti della fortezza antica e del quale resta ancora la superba e imponente torre normanna.

Il castello ducale

 

Lo stemma dei Guevara-Suardo

A Bovino si susseguirono gli Svevi e gli Angioini ed inoltre,  vari domini, tra i quali i Loretello,  gli Estendardo, per poi trovare finalmente quiete e serenità con  i Duchi di Guevara, potente e nobile famiglia spagnola che ben governarono, lasciando segni tangibili, dal 1575 al 1961: strade, fontane, ponte, monumenti, restauri e soprattutto la biblioteca che per molto tempo fu considerata la più importante del “Regno delle due Sicilie”. I Guevara erano una delle più illustri famiglie di Spagna, signori della Navarra; furono sempre fra i grandi del regno ed ebbero cariche altissime alla corte di Napoli. Bisogna ricordare inoltre che la casata dei Guevara ha avuto come affini Gregorio XIII e Innocenzo VIII.

Pregio, lustro ed importanza ha dato a Bovino anche la diocesi nella quale si sono succeduti circa 80 vescovi a cominciare da Giovanni (499 d.C.) fino a Mons. Renato Luisi e con la sua nomina a vescovo di Nicastro nel giugno del 1963 veniva soppressa una delle più antiche e storiche diocesi d’Italia che in seguito veniva, per contentino, annessa alla diocesi di Foggia (Arcidiocesi Foggia-Bovino) di gran lunga meno importante ed antica.

Nella primavera del 1265, l’avvenimento che che sconvolse il sud e non solo: La Madonna

La pregevole statua della Madonna di Valleverde

appare a pio Nicolò esprimendole il desiderio di volere una chiesa a nome di Santa Maria di Valleverde nell’allora foresta di Mengaga. La notizia repentinamente si sparse in ogni luogo al punto che convennero in processione a Valleverde ben 12 Vescovi delle diocesi viciniori, ognuno di essi accompagnato da una moltitudine di fedeli. Meta di pellegrinaggi, il Santuario è il punto d’orgoglio del popolo bovinese che familiarmente chiama “Mamma nostra” la Vergine Santissima.

Cessata un poco, come già accennato, la parte di primo attore e molto ridimensionata, Bovino non cessa di essere oggetto di ammirazione e di attenzione per le opere d’arte ed i monumenti che custodisce e che sono meta ambita di visitatori, studiosi e turisti da ogni parte. Di particolare rilevanza la Cattedrale a linee romaniche non priva delle reminiscenze bizantine della precedente fabbrica, alla quale è addossata,  denominata cappella di San Marco, inaugurata sembra, da quel che risulta da un’epigrafe, nel 1197, nella quale sono attualmente, custoditi i resti di alcuni vescovi di Bovino e le reliquie di San Marco d’Ecana. La Cattedrale fu costruita nel 1231, essendo vescovo Pietro, e la facciata, opera del Maestro Zano, in chiaro stile romanico, colpisce per la sua semplicità, linearità ed armonia e per la perfetta immissione di motivi floreali e zoomorfi tra i quali emerge sul culmine il vitello raffigurante, come dall’antico testamento, la vittima sacrificale.

Ben altre sette artistiche  chiese, si possono ammirare nel centro, tra le quali va ricordata la chiesa del Carmine progettata dallo stesso architetto del “Gesù Nuovo” di Napoli, il gesuita Giuseppe Valeriano, progettista anche della Cattedrale di Castellammare di Stabia (NA).

La cattedrale romanica

L’artistica bifora sull’ingresso del castello ducale

Sulla parte più alta del colle San Procopio si erge il palazzo ducale che, del maniero, conserva  la spettacolare facciata con la superba torre Normanna sulla sinistra e una artistica bifora sull’ingresso  Al suo interno, la pregevole cappella ducale, dov’ è conservata in un artistico reliquiario in argento a forma di croce latina, opera di Vincenzo Caruso (secolo XIX),  una spina della corona di Cristo e un pezzettino di legno della Croce oltre ad un frammento della porpora di Gesù e del velo della Madonna, ed ancora un po’ di terra bagnata dal sangue del Redentore oltre ad altre numerose reliquie. Il palazzo attualmente ospita anche il “Museo Diocesano” ricco di pregevolissime opere d’arte. Ospiti illustri dei Guevara furono numerosi personaggi famosi tra i quali bisogna ricordare: Papa Benedetto XIII,  la regina Maria Teresa d’Austria venuta con un nutrito seguito di cavalieri per onorare la Madonna di Valleverde, Torquato Tasso, Gian Battista Marino ed altri.

Meritano attenzione i resti dell’acquedotto romano a poco più di un chilometro da Bovino lungo le strade per Panni ed Accadia. Al ponte di Bovino, la stazione di posta  costruita dai Romani sulla via Minucia e ampliata dai Borboni con  l’annessa monumentale fontana, il ponte sul Cervaro costruito su palafitte anch’esso dai romani e ampliato poi nel cinquecento dai duchi di Bovino. Nei pressi del ponte anche un vecchio mulino ad acqua recentemente restaurato ed in fase di completamento.

Alcuni resti dell’acquedotto romano

Ma Bovino non è solo questo, né tanto meno è facile descriverlo nel suo fascino e nella sua bellezza. Bisogna oltrepassare l’arco di “for la porta”, ed inoltrarsi per le vie e le strade del borgo per poterlo ammirare e gustarne tutto il fascino: Non stancano il visitatore le erte strade che si inerpicano e si diramano in varie direzioni verso le contrade, si stringono, si allargano, si incrociano, portano in alto con le numerose scale per poi ridiscendere nelle zone più basse. Percorrendole, tra le bianche case che si addossano l’un l’altra, quasi come sorgenti dall’acciottolato  sembra ritornare indietro nel tempo ammirando gli slarghi, le varie piazzette, gli stupendi portali con artistici stemmi ricavate nelle pietre di volta e da essi è possibile risalire alla casa del sarto, del mugnaio, del prete, del dottore, del falegname….   Strade che conducono in punti panoramici da dove è possibile ammirare dall’alto il borgo e vederne i tetti formati da antichi coppi in terracotta per poi improvvisamente arrivare su finestre che si aprono sulla verdeggiante valle del Cervaro  o sul tavoliere  e se l’aria è tersa, spaziare con lo sguardo fino al mare con la fantastica visione del Gargano.

I tetti di Bovino

Questo ormai è quello che resta della grande Bovino di una volta, un patrimonio da rispettare, curare e da amare per evitare di distruggere ancora, e una volta per sempre, quella che fu la grande protagonista dei tempi che furono.

P. Garofalo

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