LA CATTEDRALE DI BOVINO

                                     NOTIZIE STORICHE ED ARTISTICHE                                      Carlo Gaetano Nicastro

Raccolta degli articoli del Dott. Carlo Gaetano Nicastro, soprintendente ai monumenti, sollecitati dal “Gazzettino – Eco di Foggia e della Provincia ” dopo il terremoto del 1930, e pubblicati a puntate a cadenza periodica dal 26 giugno 1932 al 29 gennaio 1933.

(a cura di Sabato Antonio Marseglia )

I

   Da una iscrizione incisa nel blocco lapideo della lunetta, che sovrasta la porta laterale sinistra del prospetto di questa cattedrale, si  apprende che il vescovo Pietro menò a termine la fabbrica della medesima.
Si tratta di Pietro I, che si assise sulla cattedra episcopale bovinese dal 1220 al 1238. Quindi a tal periodo risale, senza incertezza, la costruzione della facciata.Il suo insieme annunzia la spartizione interna, e dà un rigido contorno alle fabbriche. Ha i fianchi a spiovente, ed il partimento di mezzo – più alto delle fiancate – ha una cornice a doppio pendio, sostenuta da modiglioni
E’ formata di conci parallelepipedi e quadrati di pietra calcare, tagliati con rigore, con spigoli netti e messi insieme con poca calce. Conserva inalterato il carattere romanico, dell’epoca normanno-sveva in cui alla rimembranza romana si aggiunge l’influsso bizantino.
La grande finestra a ruota, o rosone – contornata da una cornice circolare a dadi – è abbellita da fregi e da due colonnine a spirale, che si elevano sul dorso di leoncini accucciati su menzolette ed a metà sporgenti.
Su tali colonnine, sormontate da capitelli di ordine corinzio, s’imposta l’archivolto, intagliato a foglie di acanto.
‘arte romanica – stilizzando gli animali – permetteva di bene adattarli a tutte le parti che si volevano decorare; e perciò dall’800 al 1400 gli scultori e gli architetti si sbizzarrirono a fregiare con essi capitelli, mensole, colonne, lunette, ecc.
Spesso i modelli erano tratti dal vero, ma più sovente la fantasia eccitata dell’artista suggeriva modelli addirittura fantastici.
Le cattedrali, a preferenza degli altri edifizii, abbondano di questi elementi decorativi, che si osservano finanche nelle gronde e nei semicanali.
el centro del timpano – sporgente a metà dal profilo del muro – vedesi la figura di un leone, emblema della città.
La porta di mezzo ha una lunetta ogivale, cioè a curva spiccata; ed i piedritti e stipiti sostengono capitelli e mensole con motivi floreali e bestiari, differenti tra loro.
Mentre le due mensole sostengono l’architrave; su i due capitelli poggia una maestosa ogiva, incorniciata da un archivolto, anche intagliato a foglie di acanto, come quelle del rosone.
Il piccolo archivolto della porticina di destra è a minuscole bugne stellate.
La porticina laterale sinistra invece ha nella lunetta l’effige del Redentore in bassorilievo, simile a quella che sta a Roma, dipinta nella volta di una cappella nel cimitero di San Callisto. Questo tipo: cioè viso ovale, fisionomia grave insieme e dolce, placidamente melanconica, barba corta, rara, capelli separati sulla fronte e cascanti sulle spalle alla nazarena – come lo descrive il Cantù – fu ben presto adottato dagli artisti. E maestro Zano, il costruttore della cattedrale, con questo tipo dei primitivi tempi cristiani, volle effigiare Gesù; per volontà del quale egli venne dalla Gallia, e che dovrà condurre lui ed il Presule Pietro nella patria celeste.
L’intero prospetto è assai pregevole per la sua severità architettonica; alla quale accrescono maestà e bellezza le parti ornamentali, trattate con delicata maniera. Onde l’animo, nel riguardarlo, ne riceve viva compiacenza.
Si notano in esso reminiscenze di bizantino e lieve sfumature di arabo; così bene fuse e contemperate, da formare una generale composizione, frutto della scuola originale pugliese

II

   In altri termini lo stile architettonico della cattedrale è prevalentemente – come prospetto – di ispirazione dei monumenti romanici della terra di Bari.
L’interno è di tipo basilicale frammentario, perché costruito con elementi erratici, in gran parte di epoca classica, provenienti da edifici romani.
Esso perde in seguito il suo carattere, come si dirà nelle prossime puntate. Quanti cambiamenti nel corso dei secoli!
Le navate, nel loro stato primitivo, erano divise da colonne monolitiche – addossate a pilastri – le quali sorreggevano archi di tipo bizantineggiante. E’ pacifico congetturare che dette colonne, di granito, provengano dal tempio di Ercole, il principale della città nell’epoca romana.
Così pure sono romani i fusti di marmo grigio-verde, su basi adattate, che hanno ora una funzione tutta decorativa. Trovansi lateralmente all’altare maggiore, che verrà modificato nei primi anni del XVI secolo, e poscia addirittura nella prima metà del 1700.
I capitelli della nave maggiore – di cui alcuni sono soltanto abbozzati – appartengono alla decadenza; mentre i pulvini, che fanno da base ad alcune colonne, risalgono forse al VII secolo.
Alla    medesima  epoca   si   possono    assegnare   le    mensole,   così   dette,       di    Daniele       ( parallelepipede-trapezoidali ): ma il tipo di scultura è paleocristiana.
Adunque la nostra cattedrale è interessante per questo: essa rappresenta un centone di avanzi architettonici, che vanno dall’età classica alla decadenza ed al periodo paleocristiano.
L’architetto fece tesoro di tutti i frammenti dei templi e delle costruzioni profane, che – all’epoca imperiale – gareggiarono in sontuosità, e li riunì armonicamente nel duomo, associandovi con lodevole criterio artistico anche ciò che avanzava di pietre scolpite della prima cattedrale, eretta durante l’impero di Costantino.
Egli – mentre salvò dall’oblio e da certa distruzione tutto ciò che nell’antichità aveva formato il decoro edilizio di Bovino – diede al duomo un carattere singolare, costruendo con frammenti architettonici raccogliticci, estratti dalle rovine di vetusti edifizii, come del resto fu cosa comunissima nell’evo cristiano, specialmente dal secolo IV al IX, fino cioè che non si esaurì tale materiale.
Le mensole di Daniele poggiano con il lato anteriore sul collarino delle indicate colonne di marmo cipollino ( carystium o euboicum ) e guardano l’abside ed il transetto.
Queste mensole – frutto di una fantasia inesauribile – sono allegoriche nella loro faccia anteriore; mentre di lato portano dei simboli.
Daniele, che – in una di esse – sta tra due leoni, nell’altra invece trovasi in mezzo ai leoni ed a due croci.
Alcuni archeologi vogliono che quest’ultima – secondo una singolare concezione biblica – rappresenti Daniele liberato dalle fiere per la visione della croce.
Io invece son di avviso che l’artista – poiché  molti  dei  fatti  e dei personaggi dell’antico Testamento ( come dice Grossi-Gondi ) furono da Dio preordinati, secondo la comune dottrina dei Padri della Chiesa, a rappresentare il Messia venturo nella sua vita e nelle sue dottrine – abbia voluto seguendo queste norme, rappresentare Gesù  Cristo nella seconda mensola. Le croci sono quelle dei due ladroni, mentre i due leoni raffigurano i grandi sacerdoti, gli scribi e gli anziani del popolo ebreo.
Sulla faccia laterale di quella a destra è scolpita una croce fiancheggiata da due colombe con rami di ulivo; in quella di contro vi sono due cervi presso un’anfora floreale.
Le colombe neotiche sono messaggere della pace e della salvezza, che promana dalla croce; i cervi, che si avvicinano al vaso di elezione, significano le anime assetate delle acque della vita.
Bellissimi simboli, l’uno e l’altro!
E’ assioma che la religione è tanto artistica e plastica, quanto più le idee da essa generate sono suscettibili di rivestire le forme del mondo organico. Onde il simbolo altro non è che un punto di appoggio ai lanci dello spirito.
Il simbolo nasce dalla necessità del sentimento mistico a cercare mezzi esteriori, destinati a rappresentare l’intellegibile in modo adatto all’indole immaginativa. E poiché l’immaginativa tiene il mezzo tra la ragione ed il senso, così, il simbolo – espressione esoterica e materiale dell’idea – sta di mezzo tra la storia naturale e la filosofia.
Ecco la grande importanza nelle mensole di Daniele, scoverte durante i parziali restauri, eseguiti nel tramontare del 1800, per opera e munificenza del vescovo M.r  Michele De Iorio.

III

   La navata maggiore riceveva luce da sei finestre ad arco, con transenne lavorate a giorno nelle strombature; transenne assai graziose per la varietà dei temi ornamentali.
Il soffitto, sostenuto da capriate cederà il posto ad una pesante volta, con cupola sul presbiterio, in seguito ad una radicale trasformazione, alla quale andrà soggetto il tempio intorno al 1737.
Questa è la cattedrale del X secolo, secondo quanto mi fu possibile determinare in seguito ai diversi assaggi eseguiti. La sua costruzione fu ordinata dal vescovo Giovanni I proprio verso il 969; quando cioè Bovino – dopo 306 anni di sede vacante riebbe il suo Pastore, rimanendo però la nostra Chiesa suffraganea di quella di Benevento, creata Metropolitana da Giovanni P.P. XIII, come Bolla del 26 maggio – indizione XII.
Non si comprende perché anche nell’appendice agli Atti del Sinodo Diocesano – tenutosi in Bovino dal 5 al 7 ottobre 1904 – si faccia risalire la costruzione della cattedrale al 905.
Eziandio nel passato si è sempre e generalmente così ritenuto, per non esatta interpretazione della leggenda, incisa nella lunetta della porta sinistra; leggenda alla quale accennai nella mia prima corrispondenza?
Circa il 905 Bovino, non avendo vescovo, era ancora unita e sottoposta alla Chiesa di Benevento; mentre la città nostra trovavasi occupata dai Greci, che spadroneggiavano in Puglia, ed erano odiati dai naturali, perché volevano imporre la lingua ed il rito ecclesiastico con l’eresia di Fozio.
Nella lunetta si legge:
QUA FIERI QUOQ IVX PETRUS
PRAESUL
In realtà un Pietro fu vescovo di Benevento dall’894 al 907. Ma l’iscrizione porta un’epoca ben diversa:
MILLE DUCENTESIMO TRICESIMO
PRIMO INDICCIONIS QUARTE
Durante quest’anno Pietro I, vescovo della nuova diocesi bovinese, condusse a fine e consacrò la cattedrale :
EST HEC PATRATA DO  DIGNE
SCIFICATA FABRICA
Ed allora, nel domandarmi come sia venuta fuori la data 905, credo di aver trovato il bandolo di tale errore storico; errore tutt’altro che lieve.
Nella epigrafe – la cui costruzione , a causa delle abbreviature e del singolare ordine delle parole, è in certo modo difficoltosa, specialmente per chi non ha troppa dimestichezza con la paleografia – vi è qos :
CSTVXIT ZANUS QOS
Il  qos troppo leggermente fu da qualche copista letto 905; senza considerare che intorno al XIII secolo le date o si scrivevano in lettere, o con numeri romani.
Ciò premesso, riaffermo che la fabbrica della cattedrale fu iniziata dal novello vescovo Giovanni I nel 969, quando i Greci, che signoreggiavano la regione, rientrarono in città, ricostruendola; giacchè i Saraceni di Sicilia verso il 967, scorazzando per queste contrade sotto il comando di Abul – I Kasem, l’avevano invasa ed arsa.
Naturalmente i Saraceni, con le loro scorribande, devastarono e distrussero anche la prima cattedrale. Dove sorgeva, chi la fondò, quando ?
Il primo vescovo noto della regione dei populi vibinates fu Ugone, il quale presso la sua casa – messa tra la rocca e la curia – edificò una piccola chiesa; e probabilmente sul posto medesimo dove – in seguito all’editto di Diocleziano – subirono il martirio i quattro neofiti Publio, Elio, Decio e Tito.
Nel piccolo tempio – sorto senza dubbio nell’età costantiniana – fu collocata la maggiore delle due misure pubbliche, che nel Foro mercantile ( Forum rerum venalium ) serviva per la compra e la vendita delle granaglie. E – adattatole come base, capovolgendola, un antico capitello jonico di epoca classica – i primi Cristiani se ne servirono da fonte battesimale; in cui tale sacramento eseguivasi con un rito semplicissimo, cioè per immersione ed aspersione.
La capacità di detta misura pubblica, che ancora si adopera il sabato santo per preparare l’acqua lustrale, è di litri 200, pari a 23 moggi romani; essendo il modius  uguale a litri 8,64.

IV

   Ugone fu seppellito nella sua chiesuola. Sulla tomba – ora non più visibile, perché nascosta da soprastrutture – vi è la seguente epigrafe :
PRAESULIS UGONIS
CENSU CAUSA FIT
HONORIS  HOC OPUS
UT  PROPRIE SIT
DECUS  AECCLESIAE
Tra il IV ed il V secolo, accanto alla cattedrale di Ugone sorse una cappella in onore di S. Marco di Ecana, Protettore della città.
Verso la medesima epoca anche la Curia venne trasformata in tempio cristiano, e fusa con i precedenti sacri edifizii.
In essa vi erano colonne di marmo egizio; ed i vari elementi decorativi, intonati al carattere del luogo, ne accrescevano l’armonia e l’espressione.
La cattedrale, così ingrandita, la si dedicò a S. Ambrogio.
Per le vicende dei tempi diroccava in parte; subì poscia tagli e trasformazioni varie e radicali.
Ma è bene – per intelligenza del lettore – proseguire con ordine cronologico :Anno 624 – In quest’epoca, a lato della cattedrale, esisteva una cappella sotto il titolo di S. Marco. In un posto incognito della medesima il vescovo Roberto I nasconde il corpo del Santo, per tema di una incursione longobarda.
A.969 – Il vescovo Giovanni I ordina la costruzione di una  cattedrale più vasta innanzi alla primitiva.
A.1197 – Il vescovo Roberto III ingrandisce la Chiesa di S. Marco, cioè la piccola e modesta cappella paleocristiana ( IV o V secolo ). E’ rifatta ad una navata con cupola.
A quest’epoca va riferito il portale con i bassorilievi nella lunetta.
I doppi archi lunati, a sesto sopralzato, ricordano – per apparecchio costruttivo e natura dei materiali impiegati – le porte minori del Duomo di Troia. E così le mensole a sguscio sul coronamento del muro della stessa chiesa di S. Marco sono simili a quelle esistenti lungo i fianchi della navata maggiore del duomo suddetto.
La fabbrica della chiesa di S. Marco – che è parte integrante della nostra cattedrale – per alcuni elementi rivela derivazioni dell’architettura coeva di Capitanata ( soprattutto di Troia ).
A.1207 – Lo stesso Roberto III ricostruisce l’antica cattedrale, che non ebbe l’originaria configurazione. Si utilizza materiale frammentario, e si dà al tempio lo stile romanico – pugliese con cupola centrale e navate laterali a mezza botte.
Terminato il tempio del Protettore, il Collegio dei canonici – che, durante il corso dei lavori, erasi trasferito nella chiesa parrocchiale di S. Pietro – ritornò ivi ad ufficiare.
E’ una riconferma che la cattedrale di Ugone trovavasi in rovina, e quella ordinata da Giovanni I non era ancora completa. Non arrechi meraviglia.
Bovino – essendo città fortificata, che dominava dalla sua terrazza montuosa la valle omonima e quel tratto della pianura dauna, che il medio corso del Cervaro bagna – fu nel medioevo sempre contesa dalle diverse milizie invaditrici. Perciò subì, ad intervalli, saccheggi ed incendi e devastazioni.
Nel 624 assalita dai Longobardi, nel 663 da Costante II imperatore d’Oriente, nel 967 dai Saraceni; fu continuo teatro di guerra tra i Principi di Benevento ed i Greci dal 969 in poi. Finalmente nel 1045 Drogone la invase con i suoi Normanni.
Al Flagello della guerra si aggiunse il terribile incendio del 1047, che divampò spaventevole per tutta la città, essendo gli edifizi – ripetutamente messi a sacco – coperti di legname e paglia.
A.. 1231 – Il vescovo Pietro I termina finalmente la fabbrica del nuovo duomo, e ne eseguisce il prospetto romanico; onde Cristo condurrà in cielo, nei sicuri palazzi, lui e l’architetto Zano:
QOS VHAT AD CELOS AD TUTA
PALACIA XPS
A..1327 – Il vescovo fra Giacomo da Barra, con le oblazioni dei cittadini, restaura la cattedrale, che trovavasi in pessime condizioni, per tale opera fu necessaria una spesa non lieve.
A.. 1425 -1429 – Il vescovo Bartolomeo III ( Sparella ) erige dietro l’abside una cappella in onore di S. Giovanni Evangelista; vi si accedeva dalla chiesa di S. Marco a mezzo di alcuni scalini di legno.
A.. 1560 – Il vescovo Ferrante di Anna – allo scopo di guadagnare spazio – abolisce la cappella di S. Giovanni Evangelista; ed in quel luogo colloca gli stalli del coro, che prima fiancheggiavano il presbiterio.
Disfatta cioè l’abside del Duomo propriamente detto, trasforma in coro la cappella di S. Giovanni.

V

    1611 – Il vescovo Paolo Tolosa – Nunzio Apostolico in Piemonte presso il Serenissimo duca di Savoia – erogando col Capitolo la somma di ducati 400, rifà il coro; perché il vecchio, a causa di un tizzone – lasciato per incuria dai sagrestani – andò in fiamme la notte del 28 febbraio suddetto anno.
E’ in legno scolpito con stalli divisi da colonne scannellate di ordine jonico; alle testate draghi; al centro sedia vescovile con busto a bassorilievo di S. Giovanni Evangelista nel dorsale, ed aquila simbolica con cornucopie sotto il baldacchino.
S. Giovanni, dall’aspetto giovanile e dai lunghi capelli spioventi sulle spalle ha la mano destra in atto di benedire; con la sinistra regge un calice, dal quale si drizza un serpentello.
Basandomi sull’autorità del canonico S. Santeramo ( Il simbolismo della Cattedrale di Barletta – cap. III, pag.61 ), sono di avviso che nel serpente bisogna vedere Gesù Cristo, serpente di bronzo dell’antico e nuovo testamento, chi guarda il quale avrà la vita : “Fac serpentem aeneum et pone eum pro signo, qui percussus sepexit vivet “.
Dopo che gli Israeliti furono liberati dalla schiavitù di Egitto e prima di giungere alla terra promessa – trovandosi nella solitudine del deserto – molti del popolo morivano fra spasimi atroci, per morsicatura di serpenti velenosi, che bruciava come fuoco.
Iddio disse a Mosè : Fa di bronzo una sembianza di quei serpenti, e risala in mezzo del campo sopra un’antenna: chiunque morso la mirerà, sarà salvo.
Questo serpente di bronzo era immagine del Salvatore, confitto sulla croce a vista di tutto il popolo, per salvarci dal morso dell’antico serpente.
Secondo il Prierius ed il Kirckev anche presso gli Egizii ed i Romani il serpente ricordò qualche cosa di salutare per l’anima e per il Corpo; difatti nelle sacre lettere agli Egizi, per esprimere il Rex tutelaris, il custos ecc., si pittava appunto un serpe col petto eretto in alto.
Dirò intanto che il dorsale della sedia vescovile altro non è che l’icona di S. Giovanni Evangelista (XV secolo), che il vescovo Bartolomeo III Sparella, fece scolpire quando eresse la cappella in onore del prediletto discepolo di Gesù.
1684 – 1728 – Monsignor Angelo Ceraso, poiché il palazzo vescovile – verso il castello – era rovinoso nelle mura e nei tetti, ed anche la cattedrale minacciava rovina, restaura l’uno e l’altra.
Precisamente nel 1707 ricostruisce sagoma più slanciata la cupola della chiesa di S. Ambrogio ( 1. Cattedrale); e l’interno di detta cupola destina a sacello dell’episcopio, dividendolo – a mezzo di volta a crociera a sesto ribassato – dalla sottostante chiesa, che addivenne quasi come cripta dell’oratorio vescovile, pur rimanendo aggregata al duomo. Di guisa che la vetusta chiesa di S. Ambrogio, la cattedrale di Ugone – decurtata e decapitata – prese la forma e le funzioni di una sacra edicola; ecco l’iscrizione dedicatoria:
HIC  SACER  LOCVS  DI-
CTS  VETERIBS  SACTS
AMBROSIVS  IN  NOVAM
FORMAM  ERECTS  EIDEM
ET  TRIBS  ALIIS  ECCLE-
SIAE  PRIMIS  DOCTORI-
BVS  DICATVS  EST
A.D. MDCCVII
                Sulla porta dell’oratorio episcopale ( oggi del Seminario ) si legge:
HABITABO  VOBISV  IN  LOCO ISTO DICIT DOMINUS
A PAR. VIR. DEIP. A. MDCCVII
1729 – 1752 – Fra Antonio Lucci, il vescovo santo e dotto, come lo definì il sommo pontefice Benedetto XIII – ritrovata la cattedrale, che sembrava una spelonca, ed in procinto di crollare – la restaura con la somma di diecimila ducati, che egli raccolse recandosi d’uscio in uscio per dimandare un’offerta per il tempio del Signore.
Le navate son ricoverte non più dalla incavallatura del tetto, ma con volte a botte, e per sostenerle si rende necessario imprigionare le colonne di granito in pesanti pilastri.
In tal maniera l’interno, nascosto sotto un cumulo di stucchi e mattoni, perde il carattere medioevale, ed acquista quello di un barocco piuttosto remissivo.
Ai giorni nostri l’opera del vescovo Lucci fu variamente giudicata.
Ma, con un esame obbiettivo dei lavori, che il medesimo ordinò – tenuto presente il senso artistico dell’epoca, in cui vennero eseguiti, e lo scopo che si volle raggiungere – appare logica ed opportuna la sistemazione che si diede allora alla chiesa matrice, la quale all’interno acquisiva, come già ho detto, il carattere di un modesto barocco.
La cattedrale era in procinto di rovinare, ed in più parti mostrava segni tangibili di umidità.
Quindi per quei restauri – cotando discussi – potè resistere per altri due secoli all’inguria del tempo ed all’abbandono degli uomini.
Il vescovo Lucci non distrusse nulla. Per sistemare la sua chiesa, nascose tra  nuove fabbriche ciò che sembrava inutile e superfluo; e covrì di stucchi quello che poteva costituire un contrasto col nuovo stile da lui impresso all’interno dell’architempio.
Con ciò venne a conservare tutte le reliquie architettoniche, che fanno della nostra cattedrale un centone di antichi frammenti di manufatti litici. I quali, se fossero rimasti scoverti, con quasi possibilità – anzi con assoluta certezza – avrebbero aperto l’adito, nel non breve corso di circa 200 anni, a nuove e più irreparabili manomissioni, data la infrenabile mania degl’individui di media cultura di rinnovare ogni cosa e distruggere l’antico.

 VI

    Monsignor Lucci ” fece l’altare maggiore, il pergamo e la balaustra del presbiterio. Aprì nella chiesa dieci occhi rotondi per darle luce. Rialzò il piano della cattedrale e ribassò il pavimento del coro e della chiesa di San Marco. Costruì la gradinata, che unisce la chiesa al palazzo vescovile, oggi Seminario. Rifece il trono vescovile in legno noce “.
Con tali opere complementari si volle anche diminuire il dislivello esistente tra il suolo del Duomo e quello degli annessi edifizii di più antica costruzione; tra cui la chiesa di S. Marco.
 A causa della gradinata di accesso al palazzo vescovile, ancora una volta restò mutilata la chiesuola di S. Ambrogio, che – rimasta fuori dei limiti sacri della cattedrale – si vedrà in seguito adibita a deposito, a carbonaia, et coetera
Fine immeritata che, dopo circa 15 secoli, dovevano conseguire la sontuosa Curia e la mistica cattedrale del vescovo Ugone, eretta nel luogo stesso dove affrontarono la morte quattro martiri bovinesi dei primi albori cristiani. Di costoro non posso dar tuttavia dettagliate notizie, oltre la dolce eco dei nomi : Publio, Elio, Decio e Tito.
In quanto al trono ricordo che il vescovo Paolo Tolosa (1601-1619) – del quale si è parlato innanzi – “fece…il trono di legno, giacchè i vescovi antecessori sedevano su di un trono di gesso“.
Si sappia a tal proposito che il primo soglio vescovile fu costituito dal solium a thronus degli antichi magistrati romani. Reso poscia, inusabile nelle devastazioni dei barbari, i frammenti andarono dispersi. Di questi alcuni furono da me rinvenuti – ed identificati – nei pressi dell’episcopio e nella chiesa gotica di S. Domenico, nel corso dei recenti restauri: faranno parte del Museo Civico di Bovino, quando si otterranno i locali bisognevoli alla sua sistemazione.
1885 – “Il vescovo Iovinelli abbellisce (sic) la cattedrale, che consacrò il 10 aprile, supponendosi non essere consacrato”.
1887 -1898 – Governo episcopale di Mr. Michele de Iorio.
La statica della cattedrale lascia a desiderare. Le lesioni della volta non assicurano; e perciò si ricorre ai ripari. Ma i lavori eseguiti, mentre non ridonano al tempio l’originario aspetto, non risolvono neanche il problema della stabilità.
Infatti, alla distanza di appena un trentennio, le crepe, riapparvero come prime e peggio di prima: lesioni da schiacciamento su i pilastri, lesioni in chiave e su i lati della massiccia volta a botte della nave centrale, che per giunta – avendo perduta la controspinta dei muri di rinfianco, anche strapiombati – manifestò delle pericolose insellature.
Quindi non mi allontano dal vero se dico che i restauri, eseguiti verso la fine dello scorso secolo, non furono scientifici – nel più lato senso architettonico – certamente per deficienza di mezzi pecuniarii; ma non furono a rigor di logica, neanche completi in quanto a statica, perché – trascurato addirittura il sottosuolo – non si ovviò affatto al lento e fatale dissolversi di tutto l’organismo costruttivo, di cui le diverse membrature e superfetazioni – costruite ed aggiunte in epoche varie – sono addossate le une alle altre, e prive di morse per i necessari addentellamenti.
Dico adunque che la resistenza dei mastodontici pilastri di sostegno – che verso la navata maggiore attanagliano, dal collarino alla base, le antiche colonne di granito – è più apparente che reale.
Inoltre tutto il sistema di archi e pilastri poggia su di un banco di arenaria, resa friabile da infiltrazioni di acqua nel sottosuolo.
A ciò si accoppia il difetto della necessaria controspinta delle fondazioni; poiché, lungo le navi laterali, vi è il vuoto: vi sono i requietorii catagei, ossia – più o meno profonde – adibite un tempo per sepolture, e di pertinenza delle singole cappelle gentilizie esistenti nella chiesa matrice.
Di tali cappelle in cattedrale ve ne erano quattro, due per ciascuna navata minore, con rispettivi altarini e sepolture : Addolorata – S. Giacomo e CrocefissoS. Carlo Borromeo – Immacolata Concezione.
Nel braccio destro del transetto stava la cappella del Rosario, con altare policromo e tela di buon pennello : rappresenta la Vergine col Bambino, tra S. Domenico e S. Caterina da Siena in adorazione. Nel braccio sinistro eravi quella dell’Angelo Custode, fondata nel 1636 dal vescovo Giovanni Antonio Galderisio, nobile cittadino di Monopoli.
Il valore dei beni dell’Abbadia dell’Angelo Custode era di lire 10.000.
Quello del Beneficio dell’Addolorata, del Beneficio di S. Giacomo e Crocefisso ( patronato famiglia Calabrese – rogito Zita 31 dicembre 1846 ), del Beneficio di S. Carlo Borromeo  ( fondazione famiglia Barone – rogito Matera 18 ottobre 1727 ) e della Cappellania della Immacolata Concezione era rispettivamente di L.4000 – L. 11518,60 – L.18340,40 – L. 6319,87.
Quest’ultima fu fondata dal medico Marco Antonio Verzilli nel 1774 :
Marci Antonii Verzilli Familiae Regalis Medici
Vota benigniter  Implens
Clemens P P. XIV
Pro se suiq. de familia descendentibus
consanguineis allisq affinibus
Hoc de jure patronatus altare
Sub Immaculatae Conceptionis titulo
Perpetuo privilegiatum reddidit
XII Ral. Feb- MDCCLXXIV
Termino il presente articolo col ribadire il concetto che i restauri eseguiti verso la fine del secolo decimonono servirono soltanto a procrastinare di poco il crollo della pesantissma volta.
I mezzi finanziarii non erano sufficienti per giungere al ripristino. Aboliti gli stucchi ed i rivestimenti di laterizi – i quali, se non altro, imprimevano all’interno il carattere di un barocchismo omogeneo, euritmico e quasi niente bizzarro – si scovrirono in parte colonne, capitelli e pulvini, mentre rimasero nascosti gli archi bizantini dalla curva elegante e le finestre con le caratteristiche transenne.
Qualsiasi opera architettonica, per essere lodevole, deve alla solidità della intera costruzione congiungere la corrispondenza col fine per cui è innalzata.
Nel caso concreto – come più volte ho ripetuto – la statica della cattedrale fu precaria, tanto che, dopo alcuni lustri, si dovette ricorrere a puntelli di rincalzo, a centine ed a mostruosi barbacani.
In riguardo alla monumentalità, l’espressione generale dell’interno non solo non soddisfece all’indole dell’opera, ma si allontanò di molto dalle leggi generali dell’estetica.
Devo aggiungere che, durante i lavori, un operaio – per brutale malvagità – sfregiò il volto di una figura, scolpita a medio rilievo sulla parte anteriore di un sarcofago.
Si crede che il personaggio rappresenti Roberto III conte di Loretello e Signore di Bovino, nipote di Ruggiero il Normanno 1. Re di Sicilia, perché figlio alla di lui sorella Giuditta.
Se non che i fatto più grave, inerente ai suddetti restauri, fu la perdita subita dalla città di Bovino delle due Bibbie del mille, conservate nell’Archivio del Capitolo sin dal secolo XII.
Ma di ciò nella prossima relazione.

 VII

    Il singolare dono delle due Bibbie del mille, fatto dal Capitolo della Cattedrale di Bovino al Pontefice Leone XIII verso la fine dello scorso secolo, sarebbe rimasto ignorato – per non dire occulto – se una monografia di gran pregio del dott. Marco Vattasso, Scrittore della Biblioteca Vaticana, non lo avesse reso di pubblica ragione.
Egli nel 1900 affidò alla stampe un suo studio : LE DUE BIBBIE  DI  BOVINO ora Codici Vaticani Latini 1510-1511 e le loro note storiche.
L’opuscolo così incomincia :
” Alcuni mesi or sono il Ven. Capitolo della Cattedrale di Bovino con atto di generosità e di filiale devozione degno del più alto encomio, presentava in omaggio al Sommo Pontefice Leone XIII due Bibbie colossali manoscritte, e ne riceveva in compenso da Sua Santità, che gradì molto il dono, un largo sussidio pe’ restauri da farsi a quell’antica Cattedrale. I due preziosi manoscritti furono poscia destinati dallo stesso Sommo Gerarca ( omissis ) alla Pontificia Biblioteca Vaticana, ed ora abbellano la già ricca collezione de’ codici bellici.
” L’importanza di questo nuovo acquisto fatto dalla Vaticana appar manifesta dall’età a cui risalgono i due manoscritti.
” Essi infatti rimontano al sec. XI, ad un secolo cioè, in cui la Volgata non aveva ancora raggiunto quella relativa uniformità nell’ordine e nella distribuzione de’ singoli libri e delle parti loro accessorie ecc.”
Il Vattasso ritiene che i due manoscritti siano codici  italiani e lo desume non solo dai caratteri esterni vale a dire il grande formato, la scrittura piuttosto grossa e non serrata e le grandi lettere iniziali ad intreccio, in cui predominano il rosso, il turchino ed il giallo; ma anche dai caratteri interni, dati dalle varianti del testo biblico e dalle note dei diversi amanuensi.
Manifesta anche il convincimento che i due codici debbansi ritenere provenienti da una stessa scuola o fabbrica.

 

Il primo codice ( Vecchio e Nuovo Testamento ), è di fogli membranacei 376; misura mm. 552 x 365.
l secondo codice ( Vecchio e Nuovo Testamento ), membranaceo, misura mm. 556 x 365; è di fogli 353 ( manca il foglio 173 omesso per oscitanza del libraio).
Le tavolette dell’integramento sono rivestite di pelle verde alquanto oscuro.
Il primo codice è scritto – non da un sol copista – su due colonne; fatta eccezione dei fogli 201-213 ( nel verso in cui la scritturazione è su tre colonne.
Il secondo codice è, con discernimento, scritto per intero su due colonne.
Le lettere maggiori, del pari che i titoli, sono dipinte in minio. Le lettere iniziali sono cospicue per l’ingegnoso intreccio degli ornati dai colori rosso, turchino e giallo.
E però, tra i caratteri esterni dei due codici, sono le miniature quelli che li abbelliscono.
Pare che fosse già conosciuta in Alessandria ed in Pergamo.
I Grossi – Grondi riferisce che Marco Terenzio Varrone, per ornare le copie di sua opera, impiegò Lala di Cizio, donna greca, provetta miniaturista.
ll Retore greco Attico, precettore di Marco Aurelio, compilò un’opera arricchita di miniature.
Le più antiche miniature, che ci restano, sono quelle dell’omero del codice Ambrosiano e del Virgilio del codice Vaticano.
Riassumo intanto ciò che dice sull’argomento il citato Grossi-Grondi nella pregevole opera  SULLE SOGLIE DELL’ARTE      ( Roma    – Paravia  e C. – 1912 ); A far in modo che il codice fosse più facilmente leggibile, si pensò dargli una bella calligrafia; così man mano si addivenne all’applicazione del disegno nell’ornamento delle pagine. Prima si tracciarono le iniziali più grandi e più ornate delle altre lettere; poscia si composero dei veri quadri.
Allora il librarius o scriptor si distinse da quello che dipingeva.
Finita la trascrizione dell’opera, lasciando in bianco lo spazio necessario per la lettera iniziale del libro o del capo, la consegnava al miniaturista, con le dovute avvertenze circa il soggetto da dipingere.
n Francia quest’arte di dipingere su i libri fu detta enluminure, e enluminer l’azione dell’artista, nome che Dante rese in italiano con i noti versi
O, dissi lui, non se’ tu Odorisi,
L’onor di Agobbio e l’onor di quell’arte,
Che alluminare è chiamata in Parigi ?
 a  il  nome  che  ha  prevalso  è  quello  di  miniatura, avuto origine dal minium (cinabro), colore più comunemente adoperato da principio per le iniziali.
quell’ Oderisi o Oderigo, nominato da Dante, fu un celebre miniatore, nato a Gubbio e vissuto nel XIII secolo.
Ho stimato opportuna questa breve digressione sulla miniatura, non già per gli intellettuali e le persone colte in genere, ma quei lettori, che – non avendo un chiaro concetto del valore inestimabile delle pergamene e dei codici dipinti – non possono altrimenti comprendere al giusto segno la somma importanza delle due Bibbie di Bovino, dal loro lato artistico.
Ripiglio l’argomento principale con l’esporre che le Bibbie sono arricchite da annotazioni, delle quali alcune riguardano la storia della Diocesi di Bovino, altre la storia delle province napoletane o sono di generale importanza.
A tal proposito il  Vattasso si  esprime in questo modo :
” A rendere più preziosi i due codici or ora descritti concorrono parecchie note storiche, scritte in tempi diversi da diversi amanuensi negli spazi qua e là lasciati vuoti dal copista, che scrisse il testo biblico ( omissis  ). La loro importanza non è piccola”.

 

VIII

   Trascrivo ora il compendio di ciascuna nota, per ordine cronologico, incominciando dal primo codice: l’oggetto originale di corsivo, quello aggiunto in carattere tondo.
Primo codice :
An. 1099 – Presa di Gerusalemme.
An. 1182 – Morte del conte Roberto di Loretello signore di Bovino.
An. 1250 – Mors imperatoriis Federici.
An. 1266 – Leggenda della Chiesa di S. Maria di Valleverde.
An. 1289 – Trasporto di una campana alla cattedrale di Bovino, essendo vescovo Majnerio.
An. 1410 – Battesimo e trasporto di una campana alla cattedrale di Bovino.
Secondo codice :
An. 1197 – Dedicatio ecclesiae sancti Marci de Bovino.
An. 1266 – Battaglia di Benevento.
An. 1285 – Morte di Carlo I d’Angiò.
An. 1290 – Presa di Tripoli.
An. 1291 – Presa di Acri.
An. 1292 – Conversione di un gran numero di Ebrei al cristianesimo.
An. 1300 – Presa di Lucera dai Pagani.
An. 1302 – Eruzione vulcanica dell’Epomeo dell’Isola d’Ischia.
An. 1304 – Distruzione dei prodotti della campagna nella Capitanata.
An. 1309 – Morte di Carlo II d’Angiò.
An. 1327 – Costruzione di una certa opera nella cattedrale bovinese.
An. 1385 – Inigo di Conversano tenta inutilmente d’impadronirsi nottetempo di Bovino.
Sec. XIV ex – Tassatio decime domini nostri pape ab antiquo civitatis et dyocesis Bivinensis.
Sec. XIV ex – Debita synodatici et visite que tenentur archipresbiteri cum clericis solvere auno quolibet domino episcopo Bivinensi.
An. 1450 – Morte del canonico Quirico de Amiculo.
Chi desidera conoscere integralmente le note storiche può consultare con vantaggio la dotta monografia del Vattasso ( Roma – Tipografia Vaticana – 1900 ), di cui mi son giovato nel compilare questo ed il precedente articolo.
Non indugio sul testo biblico, essendo materia che esorbita dalle mie cognizioni; mi dilungherei altresì, e non poco, dai limiti consentiti dal soggetto delle mie corrispondenze : LA CATTEDRALE  DI  BOVINO.
Era però necessario parlare, a volo di uccello, delle sue Bibbie; appunto perché la loro perdita, da parte della città di Bovino, va collegata agli ultimi famosi restauri eseguiti tra il 1887 ed il 1898.
Di che portata furono e quale la finalità raggiunta ( del tutto frustranea) si è detto con assai chiarezza nella VI puntata.
Forse i Canonici donatori speravano dal Papa un contributo eminente.
Il Vattasso parla di “un largo sussidio” che Sua Santità avrebbe inviato per compenso. Ricevette il Capitolo invece una modesta somma: lire duemila!
Valeva proprio la pena di privare la nostra città di così preziosi cimelii, e per una somma cotanto irrisoria ?
Senza dubbio al Capitolo accadde come a quel tale Cursore di una certa Mensa episcopale, che – andato ad esigere la decima – ci rimise il sacco.
Il prezzo dei due codici ?
Se la domanda è tutt’altra che oziosa, la risposta è difficile, anzi impossibile; per cui mi rincresce non poter soddisfare la giusta curiosità del cortese lettore. Ai quali ricordo la celebre Bibbia di Borso d’Este, che il Senatore Treccani acquistò per un prezzo favoloso da un antiquario di Parigi – contendendola alla bramosia di miliardari americani – e poscia donò a S.M. Vittorio Emanuele III, che a sua volta – con alto e squisito senso di giustizia – la destinava alla città, dove il codice biblico ebbe la sua cuna.
Intanto – e questa notizia ce la dà  ‘L’Osservatore Romano’ – i P.P. Benedettini, che eseguono per incarico della Santa Sede la revisione della Vulgata, si sono avvalsi anche delle due Bibbie di Bovino per lo studio delle varianti bibliche e dommatiche.
Avendo dato così una pallida idea del valore inestimabile dei nostri due codici, è giusto soffermarsi sul diritto che, più o meno, si arrogò il Capitolo di donarli, e privare di due rari cimalii il duomo e la città di Bovino.
A rigor di logica il Capitolo ed il Vescovo pro tempore non sono stricto jure  proprietarii dei paramenti e degli oggetti sacri, che si conservano nelle Cattedrali; massime poi  di quelli che hanno un valore storico e artistico.
Dalle carte, da me compulsate, risulta che – in ogni tempo -gli Ordinarii Diocesani, cioè i Vescovi, arricchiscono sempre e maggiormente il Tesoro del Duomo, con una liberalità ammirevole ed una larghezza relativa alle entrate della Mensa ed al patrimonio personale.
Con ciò essi vollero accrescere il decoro della chiesa, la solennità delle sacre funzioni e svolgere con più fasto e splendore i riti liturgici; quindi nulla donarono ai Vescovi successori e molto meno ai Canonici.
I quali – Vescovi e Canonici – ne hanno semplicemente l’uso.
Dal lato giuridico l’Usus è il diritto di adoperare per se una cosa altrui secondo la naturale sua destinazione, senza trarne altro vantaggio; e però senza appropriarsene i frutti, o almeno non oltre i propri bisogni. L’usus  è un diritto più personale dell’usufrutto ( usus fructus ): per tale carattere non se può cedere l’esercizio.
Quindi, con l’aver donato al Grande Pontefice Leone XIII i nostri codici del mille, il Capitolo della Cattedrale di Bovino commise un arbitrio imperdonabile, perché donò cosa non sua; e privò eziando la città di Bovino di due pregevoli e rarissimi manoscritti, che ” ora abbellano la già ricca collezione dei codici biblici della Pontificia Biblioteca Vaticana “; sono parole del Vattasso.
Lo stesso Sommo Gerarca ” che gradì molto il dono ” dava ” un largo sussidio per i restauri da farsi all’antica cattedrale “.
In realtà il Capitolo, ripeto, ricevette la lieve somma di lire duemila.
E’ fuori dubbio che il dottissimo Pontefice non intese compensare in linea approssimativa il valore reale delle due Bibbie, che aveva ricevuto in omaggio; ma volle, per gratitudine, concorrere in una certa misura ai limitati e parziali restauri, che si volevano attuare.
Ed il rev. Capitolo di allora – non per incomprensione – ma certo per esimersi da un sensibile concorso collettivo e personale, sperò nella munificenza del Papa, e con leggerezza sui generis, decise il baratto delle Bibbie.
A coloro che vorrebbero insinuare che il fatto riveste il carattere della simonia, rispondo che il traffico avvenne in famiglia, ed ha per attenuante la finalità dell’affare: Macchiavelli fu di parere che il fine giustifica i mezzi.
Nel caso concreto il fine era ottimo, più che buono : restaurare la Cattedrale in maniera decorosa.
Non così la penserebbe il canonico Quirico de Amiculo; quello a cui accenna la nota dell’anno 1450 ( foglio 185 v. – codice 2.).
Quiricus Rogeris de Amiculo, canonico decano della cattedrale, era un sacerdote degno di rispetto ed avveduto, onde l’amanuense credette opportuno annotare la sua morte, affinchè non si perdesse nei secoli la memoria di lui.
Egli adunque ben volentieri scaglierebbe la giusta rampogna avverso i suoi colleghi, per l’atto inconsulto compiuto a danno di Bovino e della chiesa matrice.
Il suo nome – che oggi rivive in questa corrispondenza – andrà col tempo dimenticato con le Bibbie, contrariamente alla preveggenza del cronista.
Onde dalle colonne del Gazzettino rivolgo calda preghiera all’Autorità Podestarile, affinchè – appena sarà possibile – voglia dare ad una delle strade della città il nome di Quirico de Amiculo, nome che deve tener sempre desto nel paese il poco lieto ricordo del gran rifiuto.

 IX

   Il 7 febbraio 1922 il dottor C.G. Nicastro, R. Ispettore on. per i monumenti e scavi del Circondario di Bovino, promosse dalla R. Soprintendenza delle Puglie e del Molise un atto di notifica al Capitolo Cattedrale di Bovino, relativo ai codici membranacei ed alle pergamene esistenti nell’Archivio Capitolare, e ciò in base all’art. 5 della Legge 20 giugno 1909, N. 364.
Ecco l’elenco :
a)    Leggendario dei Santi, ossia lezioni storiche per uso liturgico (codice membranaceo forse anteriore al 1400 ). Esiste però soltanto il primo volume da dicembre a giugno.
b)    Due volumi delle lezioni del divino ufficio del 1409 ( membranacei). Scritti da Fra Pietro De Padula, Lettore del Convento di S. Francesco di Benevento, ad istanza di Fra Pietro de Auletta vescovo di Bovino.
c)     Messale del 1458 (membranaceo). Eseguito, per ordine del Vescovo De Scalera, da Fra Cristofaro dell’Ordine dei Minori di S. Agata dei Goti.
d)    Un  Messale, un Commentario dei salmi, altro Messale con note di canto Gregoriano (codici membranacei assai deteriorati). I primi due hanno le lettere iniziali con miniatura.
e)     Libro Pontificale Romano 1372 Messe Episcopali 1563, Libro Pontificale dedicato a Leone X 1513-1522 ( Edizione Giunta-Venezia).
f)     Copia manoscritta dell’Opera del Pietropaoli.
Il dottor Domenico Pietro-Paoli, Chierico Bovinese, scrisse l’Istoria di S. Marco Confessore, Vescovo di Lucera e Protettore di  Bovino, con una Catalogo dei Vescovi di Bovino e l’Istoria dell’edificazione della chiesa di S. Maria di Valleverde nel territorio della città predetta. L’opera uscì in Napoli, per i torchi del Maccarano nel 1631. Oggi è rarissima; trovavasi alla Brancaniana di Napoli, ma andò smarrita; a Roma è posseduta dalla biblioteca Barberiniana.
Il numero delle pergamene esistenti nell’archivio è di 46. Nove riflettono le dotazioni fatte dai conti normanni di Loretello e le relative conferme; 37 sono di secondaria importanza.
Nei disastrosi avvenimenti del medioevo fu salvato, tra gli altri, un codice chiamato il Pergameno, che conteneva molti particolari relativi alla nostra Chiesa. Venne spontaneamente offerto (?) dal Capitolo agli agiografi Bollandiani, che – tra il 1643 ed il 1694 – compilarono la raccolta Acta Sanctorum; e fu loro di grande aiuto nello spiegare molti punti di Archeologia cristiana.
Pare che già un vizio speciale ed ereditario del Capitolo di Bovino quello di regalare con tanta facilità i cimelii della loro Chiesa.
E’ proprio il caso di ripetere: Quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini.
Un vero gioello d’arte e di storia, cioè l’Ufficio di S. Marco con l’ottaviano, sparì (?) in epoca non ben determinata.
Il vescovo Angelo Ceraso, nel primo Sinodo da lui tenuto nel 1687, ebbe molto a biasimare l’oscitanza dei canonici tesorieri.
Traduco fedelmente dal latino ciò che egli disse in proposito:
” Quasi tutte le memorie e le scritture di questa Cattedrale andarono perdute per le calamità dei tempi e per le angustie dei Vescovi; e da parte del reverendo Capitolo non fu adoperata quasi nessuna cura quando il bisogno lo richiedeva, onde l’Archivio  Vescovile fu ritrovato poco meno che vuoto e disperso”.
Sarebbe opportuno – dopo il ripristino del nostro maggior tempio, ripristino cotanto atteso dai cittadini – che l’Archivio  Capitolare venisse abbinato con l’Archivio Vescovile, del quale l’ordine ammirevole è superiore ad ogni elogio, per cui ne rendo pubblica testimonianza al Cancelliere di Curia can. d. Michele Giannini.
Nella nuova sede le pergamene specialmente, inventariate con sistema cronologico, non andrebbero più disperse. Circa le precauzioni indispensabili per metterle al sicuro dall’incendio, dall’umidità, dagl’insetti roditori e dai ladri – in altri termini per la loro custodia e scientifica collocazione – basta seguire le norme esposte dal mio maestro prof. Nicola Barone nel suo trattato ( Lezioni di Archivistica – Napoli 1914).
Prima di descrivere al cortese lettore qualche tela pregevole del nostro duomo ed i monumenti sepolcrali in esso compresi, non è fuori luogo dare uno sguardo – anche fugace – al Tesoro, dove non sono affatto rare le cose di gran valore e di singolare interesse.
Molta l’argenteria: croci, candelieri, oggetti per le mense di altare, vasellami per le cerimonie ed i sacri riti, pissidi, calici.
Tra questi ve ne è uno in argento massiccio, cesellato. Un altro calice è di bronzo sopradorato: il sostegno è a forma di tabernacolo, nel cui centro vedesi una statuina dell’Immacolata; intorno alla base son  disposte altre quattro statuine, che rappresentano i primi quattro profeti (Davide, Ezechiele, Elia, Isaia). A me sembra che la fusione del metallo siasi eseguita col sistema della cera perduta, con consecutiva ripulitura a cesello.
Di gran valore storico è un calice di rame, anteriore al mille: in giro alla metà del sostegno vi sono sei appicchi circolari con smalti azzurri, nei quali son tratteggiate le teste dei discepoli prediletti di Gesù : Giacomo, Giovanni e Pietro ( triumvirato preferito), Filippo, Matteo ed Andrea.
Non si sono più rinvenuti i frammenti di un calice di vetro, che – secondo la tradizione – servì a San Pietro per celebrare la Messa in uno dei suoi viaggi da Brindisi verso l’Urbe; o, quando dovette ritornare in Oriente, a causa dei rigorosi editti di Claudio verso gli Ebrei.
I primi calici infatti erano di vetro; non mancarono però quelli di corno, d’avorio, d’osso e di legno, abbenchè non di uso comune. Già nel secolo IV vennero aboliti i calici di vetro e di legno, e furono introdotti i calici di metallo; e quest’uso – diventato legge – vige tuttora.

 X

   Il Tesoro contiene altresì turiboli (incensieri) con navicelle di argento massiccio, bastoni pastorali  e parecchi ostensorii.
Un vero cimelio di molto pregio per la sua originalità è l’ostensorio di bronzo aurino, donato alla Cattedrale da Mr. Pietro della Scalera, vescovo e patrizio bovinese: è a forma di guglia (stile gotico classico); la base porta iscrizione a rilievo, che dice:
HOC  TABERNACULUM
CORPORIS  CHRISTI
FIERI  FECIT  D. PETRUS  DE SCALERA
EPISCOPUS  B.
PER  MANUS  MAGISTRI  PIETRI  VANINI
ESCULP.  MARCHIA
ANNO  DOMINI  1452
                Bellissimo lavoro di composizione e di esecuzione.
Tra gli avariati paludamenti sacerdotali noto in singolar maniera: un terno, per Messa parata, in damasco rosso con grande croce latina e arabeschi policromi (XVI secolo – vescovo di Anna).
Poiché la diocesi di Bovino fu retta successivamente da due fratelli di Anna, patrizii napoletani, non saprei dire quale dei due donò i paramenti rossi arabescati; tanto più che entrambi furono eccelsi per munificenza, ed arricchirono la cattedrale di splendidi regali.
Noto ancora un terno in broccato verde con piviale (XVII secolo – porta lo stemma del vescovo Tolosa); altro terno di broccato rosso con piviale (XVII secolo – vescovo Galderisio); pianeta di seta bianca con grande croce latina a rilievo, ricamata in oro ( dono della Regina Maria Teresa delle Due Sicilie al vescovo Mr. Filippo Gallo, confessore e catechista dei Principi).
Vi sono, fra le molte mitre, una rossa con motivi floreali  ricamati in argento ( di rito ambrosiano) ed una bianca con ricami in oro e pietre preziose: amatiste, rubini, smeraldi e zaffiri (fac-simili ?).
Sono interessanti, per le copertine rivestite di lamina di argento a sbalzo, due messali ed il libro dei canoni (vescovo Pacelli).
Interessantissimo ancora per la ricchezza ed il perfetto lavoro – eseguito a sbalzo ed a cesello – è il busto argenteo di S. Marco di Ecana, vescovo di Lucera e principale Patrono della città di Bovino.
Il busto – a grandezza naturale – rivestito pontificalmente con mitra e pluviale (piviale), porta un anello di platino con grosso smeraldo ad orlatura di piccoli diamanti ed una crocetta episcopale con undici amatiste, gemmata all’intorno da diamanti; il relativo laccio è di oro a ventiquattro carati.
Altra crocetta episcopale custodisce il Tesoro: quella cioè di oro purissimo, che Carlo III di Borbone donò al vescovo Fra Antonio Lucci.
Carlo III, quando recavasi alle cacce in Torre Guevara – celebre località venatoria di corsa – invitava Mr. Lucci, onde benedicesse la messa; benchè il Prelato – dispensandosi con garbatissime maniere a partecipare alla tavola di Corte – preferisse prendere il ristoro nella casetta del vignarolo.
                Il Re, presentandolo la prima volta alla Regina, le disse: “Madonna questo è il nostro santo vescovo”.
Monsignor Lucci, di cui ho parlato nelle prime corrispondenze, onorò veramente la cattedra episcopale bovinese, e nessun paragone regge al suo confronto.
                Basta dire che fu teologo del dottissimo cardinale Pico della Mirandola, Catechista della Serenissima Maria Clementina Regina d’Inghilterra, Teologo Romano e Consultore della Suprema Inquisizione Universale.
                Intimo di S.Alfonso Maria dei Liguori, lo si tenne in gran concetto dalle più eminenti personalità; tra le quali la duchessa Guevara d’Andria, il barone di Sant’Odil Ambasciatore in Roma del Gran Duca di Toscana, Mr. Latillo confessore di Carlo III, l’E.mo Spinelli cardinale arcivescovo di Napoli, il Ministro Tanucci ecc.
La sua crocetta adunque – avendo, oltre al valore intrinseco, un alto valore storico perché dono del Re, e perché si appartenne ad un “profondo teologo” e ad un “gran santo“, come lo definì il pontefice Benedetto XIII – va conservata siccome una reliquia. E’ degna di venerazione…
I vescovi che maggiormente contribuirono ad arricchire il Tesoro del nostro duomo, furono Pietro della Scalera (1429-1463), Ferrante di Anna (1541-1565), Giovan Domenico di Anna (1565-1578), Paolo Tolosa (1601-1615), Giovanni Antonio Galderisio (1616-1658), Tommaso Pacelli (1752-1780), Saverio Farace (1837-1851), Filippo Gallo (1852-1858).
Col ripristino della cattedrale anche il Tesoro, come l’Archivio, deve avere una sede sicura e conforme all’importanza sua. Non è decoroso che oggetti meritevoli di ammirazione siano tenuti, come per lo innanzi, alla rifusa ed anche in trascuratezza. Ricordo di aver visitato il Tesoro una decina di anni or sono.
Ne riportai un disgusto non dimenticabile: i ferrivecchi di Piazza Francese, a Napoli, mantengono con più regola le botteghe ed i bancarozzi. Dominavano sovrani sudiciume e disordine, come in quelli angusti ghetti, dove abitano gli ebrei più poveri e dove si compera e si vende la roba usata d’ogni genere.
Non so dire se ebbi pietà o raccapriccio nello scorgere, abbandonati per terra, quattro mezzobusti portareliquie (fine cinquecento) – in legno scolpito, ornato a varie tinte – sopra basi ottagonali.
Sono sculture di pregio, che rappresentano i Santi Maurizio, Giorgio, Tiberio e Giuliano.
Provengono dalla badia di Pinerolo, donde il vescovo Tolosa – come già dissi, era Nunzio Apostolico presso il Serenissimo Duca di Savoia Carlo Emanuele I – le mandò al clero ed al popolo di Bovino il 15 aprile 1605.
Intanto, alcun tempo primo del terremoto del 1930, nominato Tesoriere (IV Dignità del Capitolo Cattedrale) il canonico d. Raffaele Nicastro, dottore in utroque, questi provvidenzialmente – ma in linea in tutto precaria – trasportò le cose del Tesoro in alcune stanze dell’Episcopio, dove son tuttavia ben custodite.
Egli, corretto e scrupoloso, pone ogni zelo nel disimpegno degl’incarichi affidatigli. Con la sua ben nota solerzia, allorchè saranno espletati i restauri del duomo, potrà quindi riordinare il Tesoro in maniera più che lodevole; non per nulla il suo cognome si può illustrare con adatta parafrasi, cioè col versetto : Veluti castrorum acies ordinata.

 XI

   Non è mai esistita nella nostra cattedrale una pinacoteca vera e propria; se si eccettua la sagrestia, dove son disposti in ordine di tempo i ritratti ad olio di parecchi vescovi: Lucci, Molinari, Garzilli, Iovinelli, Farace, Gallo, Montuori, Cantoli.
Dopo il ritratto del Cantoli – che, con Lucci e Molinari, forma la insigne triade francescana dell’episcopato bovinese – non più i dipinti su tela, ma meschinissime fotografie ci dicono quali furono i suoi successori.
Benchè i ritrattisti rappresentarono i vescovi nel loro preciso tipo sociale: o recitando le ore canoniche, o con la destra alzata in atto di benedire; essi non hanno dato al viso dei personaggi quel complesso di caratteristiche, che una passione (in questo caso la virtù) suol generalmente imprimere sul volto; onde, a mirarlo, la mente non ricorre a ritrovare l’individuo figurato, ma la sola passione.
Questi ritratti perciò, quantunque mostrino in maniera precisa le espressioni durature e le stigmate naturali del soggetto: cioè lo stato abituale del volto, hanno una importanza puramente storica e nessun valore artistico.
Come già dissi; è di buon pennello – quantunque non scevra di convenzionalismo – la pala rappresentante la “Vergine del Rosario” tra S.Domenico e S.Caterina da Siena.
Imponenti per la loro grandezza sono : la tela di altare con “l’Apoteosi o Esaltazione di S. Marco” (m.3,12 x 2) e l’altra col “Martirio di S.Gennaro” (m.1,50 x 2,30).
Nella scena del martirio figurano – oltre al soggetto principale -circa venti personaggi, tra neofiti, diaconi e carnefici; a destra – di fronte all’idolo – troneggia sul “podium” Trimoteo, che – durante la persecuzione di Diocleziano – ordinò di decapitare il vescovo di Benevento.
Di lato al “podium” sta in piedi una figura, in costume settecentesco, che indica con la mano destra la scritta visibile al centro dello stilobate; P.A.D. 1776. Altro non può essere che il pittore.
Il committente del quadro fu il canonico teologo d. Francesco Franco. Infatti dietro alla tela si legge: ” Per qualunque causa, o motivo, per l’avvenire dovra togliersi da sopra la porta maggiore di qsta Cattedrale Chiesa di Bovino qsto Quadro del Prttore S. Gennaro e Compagni, vuole il Canco Teologo D. Fransco Franco perché fatto a proprie spese nello stesso punto debba portarsi in sua Casa. Od esso morto darsi ai suoi Eredi e Successori, essendo così la sua volontà. Bovino, lì 20 Giugno 1776″.
Un vero capolavoro è il quadro di “S. Sebastiano” (m.2,50 x 1,65), del quale darò una indicazione sommaria, non avendo con tale materia troppa dimestichezza.
Dico adunque che il “S. Sebastiano” appartiene alla scuola del Caravaggio: forse è opera di Ribera, ma più certo di Mattia Preti.
Michelangelo Merisi da Caravaggio (1569-1609), “artista personale, ardito coloritore e chiaroscurista”, iniziò la così detta ” Scuola dei tenebrosi”; a cui appartenne più tardi il Ribera.
Questa Scuola – perché quando il fondo del quadro è più oscuro, tanto più risaltano gli oggetti chiari, che stanno davanti – preferì di disegnare e dipingere col lume artificiale, onde le ombre dei quadri sono tali che gli oggetti, che ci sono immersi, appena si distinguono; e perciò si disse dei tenebrosi.
” L’azione del Caravaggio si esercitò in modo non dubbio su Giuseppe Ribera (1588-1656), detto lo Spagnoletto dal suo paese di origine”.
” Questi, che visse a Napoli, dipinse quadri di soggetto triste: martirii, torture, ascetismi feroci, assecondando così il patrio genio. L’arte sua è a forti contrasti di luci e d’ombre; e su lo scuro del fondo stacca la bianchezza dei corpi torurati, mentre i volti paiono irraggiarsi di beatitudine”.
Mattia Preti (1613-1699) “detto il cavaliere Calabrese”, famoso pittore della Calabria, fu tra i seguaci di questa maniera; ma ebbe contatti meno immediati col Caravaggio.
( G. MENASCI – “L’arte Italiana” – Remo Sandron – Palermo).
( F. GROSSI-GONDI – “Sulle Soglie dell’Arte” – Paravia  e C. Torino).
Ripeto che il “S. Sebastiano” è un’opera di gran pregio: la ricchezza degli elementi mimici, espressivi, il verismo, che si compendia nella direzione dello sguardo, sollevato verso il cielo, ed attraverso l’inflessione dell’occhio – quasi a rivelare il dolore fisico, che certamente parte dal fondo dell’anima, mentre dal volto traspare la gioia –  sono passioni difficili ad essere rappresentate, ed offrono al pittore ardue difficoltà.
I caratteri essenziali del martire, sotto i colpi delle frecce, sono interpretati e resi con genialità; onde il “S. Sebastiano” – tela di contenuto religioso – è di un valore inestimabile.
Sono sicuro che non fu mai presentato al Ministero della pubblica Istruzione denunzia dell’esistenza della meravigliosa pittura, di grande interesse artistico, a norma dell’art. 3 della Legge 20 giugno 1909.
In ogni modo sarà bene che la R. Sovrintendenza lo sottoponesse all’esame di un Ispettore di ruolo, competente e specializzato: per adottare poi quelle provvidenze necessarie in riguardo alla sua conservazione ed integrità.

 XII

   Oltre al sacro corpo di S. Marco di Ecana, Patrono della nostra città – che trovasi racchiuso in urna di alabastro, sotto l’altare al suo nome dedicato – diversi vescovi, a quanto risulta, furono seppelliti in cattedrale.
Però sono tre i monumenti sepolcrali degni di nota.
1. La tomba di Mr. Angelo Giustiniani, morto il 19 agosto del 1600, sta nella parete destra della cappella di S. Marco.
E’ un tabernacolo a frontone curvilineo su colonne joniche di marmo nero monocromo (taenarium).
Nel centro medaglione a bassorilievo rappresentante la Vergine assisa, col Bambino ignudo in grembo; sul medaglione si legge:
DEIPARAE  VIRGINI
MATRI
MISERICORDIARUM
                In basso la statua del vescovo titolare giacente e col capo sollevato, poggiato sul braccio destro (sec. XVII).
Con certezza è opera di uno scultore degno di riguardo: mirabilissima per armonia, slancio e solennità; di gran valore estetico e di leggiadra maniera, ha tutti i caratteri del rinascimento e mostra  un insieme  armonico e possente, che s’impone a chi si sofferma per ammirarlo e studiarlo.
Angelo Giustiniani fu creato nostro vescovo nell’età di 27 anni per decreto concistoriale di Papa Gregorio XIII del 1578.
Apparteneva ad antichissima e nobilissima famiglia discendente dall’imperatore Giustiniano, dalla quale uscirono molti cardinali, vescovi e S. Lorenzo primo Patriarca di Venezia; Pietro fu illustre storico della repubblica veneta, e Marcantonio fu doge nel 1684, nell’epoca in cui F.sco Morosini si segnalò per le sue vittorie.Questa famiglia fu padrona e dominatrice dell’isola di Schio, dove nacque Angelo.
Allorchè l’isola cadde in potere dei Turchi, i Giustiniani si ritirarono a Genova, ove il fanciullo fu incamminato nelle vie del sapere. Divenne quindi dottore nelle leggi canoniche e civili; scienze che egli predilesse e nelle quali molto si distinse.
2.  La tomba di Giovanni Antonio Galderisio – creato vescovo da Paolo V nel 1616 – fu eretta, lui vivente, nel sacello dell’Angelo Custode, che il prelato aveva fatto costruire in pietra scolpita e che dotò – per perpetua manutenzione – di un mulino ad acqua e di vari appezzamenti di terreno.
E’ un tabernacolo a frontone triangolare spezzato, con paraste; nel centro nicchia con busto marmoreo del titolare; nel basamento iscrizione dedicatoria (secolo XVII).
IOES  ANT. GALDERISIVS  PATRITIVS  MONOP.  V I D
BOVINENSIS  PASTOR
VT  OVES  SVAS  CVSTODI  TRADERET  FELICIORI
HOC  ANGELO  SACELLVM
INTER  DIVOS  ANDREAM  APOSTOLVM AC  BLASIVM
ILLVM  HVNC  E VETERI  TEMPLO  TRADVCTVM
HVNC ANGINAE GRASSANTI PRAESTANTISSIMVM
ILLVM  PISCE  GRAVEM
HVC GVTTVRI  SALVTARE PISCICVLI  SPINA  TRAFIXO
ADDITIS  AD RE SACRA QVODIE  PROCVRANDAM PPTVIS  REDDIT
POSVIT
ANNO  DOMINI  MDCXXXVIII
                Il monumento  fu  disfatto nel 1905, quando  cioè  il  vescovo Padula fece edificare in quel medesimo posto una edicola per Gesù Sacramentato.
I diversi pezzi architettonici li depositarono nel pollaio del palazzo vescovile; ed il busto lo si mise nell’androne a far da portiere! Non ha guari un delinquente – rimasto sconosciuto – con mano sacrilega lo deturpava, mosso da spirito di brutale malvagità.
Con i prossimi restauri del duomo la tomba deve essere ricostruita e possibilmente nel sacello dell’Angelo Custode; sia perché il Galderisio che – fu per 42 anni vescovo di Bovino e morì vecchissimo – si addimostrò oltremodo munifico ed ebbe sempre a cuore gli interessi materiali e spirituali della sua Chiesa.
Egli pertanto menò a termine l’ampliamento dell’episcopio; iniziò una serie di restauri nella cattedrale; fondò la cappella dell’Angelo Custode, che volle anche dotare; eziando con ricca provvista elevò il reddito della cappella del S.S. Sacramento; accrebbe le entrate della Mensa, col dare nuovo e tangibile impulso al feudo rustico di S. Lorenzo; dichiarava giorno festivo l’anniversario dell’apparizione della Vergine di Valleverde, Patrona di Bovino; donava – con pubblico istrumento del 22 febbraio 1650 – mille ducati al collegio dei Gesuiti di Monopoli, col peso che – ogni bienno – il Padre Provinciale avrebbe dovuto inviare a Bovino e sua diocesi alcuni Gesuiti per la Santa Missione.
Se quindi fu un errore imperdonabile quello di non aver ricostruito subito, nel 1905, in altra parte della cattedrale il monumento di un vescovo benemeritissimo, sarebbe biasimevole ed inconcepibile una mancata reintegrazione, ora che il duomo riacquisterà, con la sua originaria fisionomia quella decenza cotanto necessaria all’esercizio del culto.
Solo per amor patrio non porto a conoscenza del pubblico l’uso al quale vengono tuttavia adibiti i frammenti della tomba, oggi decomposta, del nobile Prelato Giovanni Antonio Galderisio. De bonis operibus  lapidamus  te !
3.  Di contro al monumento sepolcrale di Mr. Giustiniani vi è il caratteristico sarcofago del vescovo Angelo Ceraso, deceduto nel 1728.
Il sarcofago, a forma di cassa è arricchito da decorazioni parietali con iscrizione; singolare questa per la sua ampollosità, ed enfatica anche, perché al latino sono intercalate parole greche, francesi ed ebraiche.
Sul coperchio della tomba si legge altra iscrizione non meno pomposa, la quale così conclude:
VOS PII  OMNES  ORATE  PRO  ANGELO  EPISCOPO  HIC  QUIESCENTE
QUI  SECUM IUGITER SIC SUSPIRABAT: O BEATA O BEATA AETERNITAS
                Sulla cimasa, che completa la tabella dedicatoria, si affaccia la testa di un angelo dalla sembianza infantile, meravigliosamente modellata. Mentre le piccole ali da colomba sono aperte al volo, la vezzosa faccia dagli occhi ingenui e dai labbruzzi semiaperti sembra sorridere: è una plastica molto espressiva, un vero raggio di gentilezza.
L’intero monumento (secolo XVIII) è di marmo palombino (coraliticum o sanguarium).
Un altro manufatto marmoreo, immobile per destinazione, è il fonte battesimale, dono del Duca Innigo di Guevara, Gran Siniscalco del regno di Napoli:
INNICUS  III  DE  GUEVARA
D. D.
ANNO  DOMINI  MDCCXLVI
Imita un vaso greco, panciuto, di forma classica, che si eleva dal centro di una grande tazza semisferica, priva di anse; sostenuta questa da alta base stilizzata.
Festoni di motivo floreale (grotteschi) decorano il vaso, e si annodano anteriormente presso la testa di un angelo.
E’ un battistero elegante.

 XIII

   Per effetto del terremoto del 1910 – essendosi manifestato in cattedrale diverse lesioni, specialmente in corrispondenza dell’angolo nord-est – la R. Sopraintendenza ai monumenti della Puglia e del Molise, allora con sede in Bari, non mancò interessare il Genio Civile di Foggia per i lavori più urgenti di puntellatura, sia per garantire la pubblica incolumità, sia in riguardo alla conservazione della insigne opera d’arte.
L’Ufficio della soprintendenza era rappresentato dall’ing. Arch. Vittorio Cremona, il quale – oltre ai lavori più urgenti di conservazione e di tutela – voleva in seguito proporre altri, occorrenti a liberare le forme originali della chiesa, in parte seminascoste, e in parte del tutto occultate da murature o da intonaci.
Trasferito il Cremona a Roma, quale direttore dei lavori di restauro e di conservazione degli edifici per gl’Istituti di Antichità e di Arte, lo sostituì il prof. Arch. Pietro Guidi.
Questi – conscio dell’importanza della nostra cattedrale, e fiducioso di essere coadiuvato nell’opera da svolgere – si recò a Bovino con l’Ispettore dott. Mario Salmi, oggi insegnante di Storia dell’Arte medioevale e moderna nella R. Università di Firenze; e diede in appalto i lavori per il consolidamento e la rifazione del muro a nord del duomo. Muro, che era – come lo è tuttavia – di muratura informe ed a scarpata, a ridosso del muro originale longitudinale, e non concatenato col muro di prospetto, essendo la lesena dell’angolo nord senza morsi ed andentellamenti.
A causa del rialzo di prezzo per mano d’opera, calce e cemento, i lavori fu giocoforza rimandarli a fine guerra.
Nel marzo 1918 dal Ministero della P.I. fu preposto alla R. Sopraintendenza per i Monumenti delle Puglie e del Molise l’arch. Prof. Gaetano Nave.
Intanto le lesioni progredivano, specialmente quelle in chiave della volta centrale semicilindrica e nel terzo inferiore dei relativi archi di rinforzo; si manifestarono nuove lesioni da schiacciamento in diversi pilastri, depressioni in alcune parti del pavimento, e lo strapiombo del muro a nord si pronunziava sempre più.
Maggiormente impressionavano le lesioni della volta nella navata destra, sia nel senso longitudinale che in quello della curvatura, le quali erano l’effetto di un profondo ed esteso disturbo statico, dovuto a vetustà della muratura; per cui il muro d’ambito del lato destro (nord) – nonostante l’aumento di spessore della parte esterna (scarpa) – continuava a cedere alla spinta delle pesanti volte in pietra, che sostituirono le coperture originali a capriate di legno.
Scrissi in proposito al Vescovo; ne informai il Sindaco ed Sottoprefetto; ne resi consapevole la Soprintendenza con nota n.113 del 28 novembre 1918. Il Genio Civile – interessato anche dalla Sottoprefettura – suggeriva perciò urgenti opere di sicurezza.
Il Sopraintendente si recò a Bovino, avendomi in precedenza così scritto con biglietto urgente di servizio:
<  R. Ispettore on. sulle Antichità  Dott. Cav. G. Nicastro – Bovino
Ringrazio con la più viva simpatia la S.V. dell’interessamento che dimostra per il monumento in oggetto e che sin qui, come risulta dalla pratica relativa,della quale solo oggi potei aggiornarmi.
Credo necessario parlarci, perciò La prego di volermi tracciare un itinerario di viaggio per raggiungere Bovino da Bari nel minor tempo possibile. E nell’attesa La ossequio distintamente“.
Il Sopraintendente Nave Gaetano  >
                                                              
Dopo poco più di un anno – trasferito l’arch. Nave a Verona – assunse la direzione della Soprintendenza l’arch. Carlo Calzecchi, il quale – volendo formulare un completo programma di lavoro, inerente al restauro, al ripristino e alla conservazione di diversi monumenti delle Puglie e del Molise, tra i quali il duomo di Bovino – fece appello alla collaborazione del locale Ispettore on. dott. Nicastro – che egli definì preziosa -per rendere più lievi le difficoltà, che gli si presentavano nello studio e nel restuaro dell’importantissimo monumento sacro.
Richiese ed ottenne dalla R. Soprintendenza dei Monumenti medioevali del Lazio un valente disegnatore, Pietro Cardolini di Roma, il quale – ospite per circa un mese del castello ducale dei Guevara – eseguì rilievi ed assaggi, che autorizzarono l’illustre architetto Calzecchi – tenuta presente la relazione dell’Ufficio del Genio Civile di Foggia nonché nell’ufficio tecnico comunale circa le precarie condizioni statiche della cattedrale – a formulare le seguenti conclusioni:
<<  1 – Nessuna parte dell’antica costruzione dovrà demolirsi.
2 – Neppure si dovranno demolire edifici antichi, sia che precedano, sia sorti dopo la Cattedrale: essi hanno tale valore per la storia e per l’arte, che non è concepibile la loro soppressione, anche se si potesse pensare a ricostruirli altrove così con gli stessi elementi.
3 – Si dovrà procedere alla demolizione della goffa ornamentazione barocca della cupola e di ogni altra superfetazione. Si rispetterà invece la cappella grande di S. Marco.
4 – Si rispetterà, anche il coro settecentesco, con l’opportuna sistemazione, che sarà suggerita dalla necessità di riformare tutto il presbiterio, compreso il trono vescovile e l’altare maggiore.
Queste le linee essenziali del nostro programma di restauro: essendo imprescindibile per noi di raggiungere lo scopo di conservare e mettere nella maggiore evidenza ciò che costituisce il pregio storico – artistico della vetusta Cattedrale. Non occorre dire che particolare cura sarà dedicata al restauro del prospetto.
Nutro fiducia che questi concetti saranno bene accolti da tutti gli egregi Signori, che sotto la guida dell’Ill.mo Signor Duca di Guevara e di S. E. il Vescovo – auspice la S.V., si sono costituiti in Comitato pro-Cattedrale.
Con distinta considerazione.  Il Soprintendente  Carlo Calzecchi                                   >>
 
Il vescovo Mr. Fiodo fu trasferito alla Sede di Castellammare di Stabia, ed il Comitato morì sul nascere.
Ma non guari dopo ( 29 ottobre 1922 ) ne sorse un altro sotto la presidenza del barone Mattia de Paulis; lo componevano diversi rispettabili cittadini, tra cui ricorderò il munifico cav. Riccardo Lucarelli, i canonici d. Michele Giannini e d. Vincenzo Capuano, il cav. Luigi Ricotti – Amministratore della Casa Ducale, il signor Costantino Franco – sempre entusiasta per le belle iniziative, l’avv. Francesco Consiglio – dall’animo mite e superlativamente signorile, ed il cav. Carlo Tavolarelli.
Vi aderirono con simpatica spontaneità ed entusiasmo gli studenti di allora oggi valorosi professionisti.
Il barone de Paulis, attualmente Seniore della M.V.S.N., sottoscrisse per lire duemila.
Detto Comitato avrebbe dovuto essere soltanto un organo di propulsione e di propaganda; giacchè le offerte in danaro dovevano direttamente versarsi ad un Istituto Bancario all’uopo prescelto. Esso – sfruttando il valore del dollaro (dall’anno 1921 al 1925 il valore del dollaro oscillò da lire italiane 24 a lire italiane 30; ed in America vivono oltre tremila cittadini bovinesi) – avrebbe reso facile e sollecito l’attuazione del ripristino dell’insigne tempio, secondo le direttive artistiche ed il criterio scientifico della R. Sopraintendenza e del Consiglio Superiore di Antichità e Belle Arti.
Il Comitato intanto riceveva in pieno un siluro, per cui ebbe una vita del tutto precaria.
Non condivisi l’opinione di chi – troppo alla leggera – affermò essere il siluramento proditorio. E molto meno approvai le dicerie inconsiderate di altri, propensi a far credere che si trattasse di un calcio mancino, sferrato alle reni del Comitato con testardaggine mulesca.
Tutti, proprio tutti, son concordi nel vedere al più presto la Cattedrale nella sua piena efficienza e nella sua prisca magnificenza.
Ma se veramente vi fu alcuno, che per penuria d’intuito artistico – se anche in buona fede – intralciò il programma del Comitato ( nihil sub sole novi), ne porterà lo scrupolo per tutta la vita; poiché  il  ripristino del secolare tempio oggi  sarebbe un fatto  compiuto.
Il paese vanterebbe un gioiello di arte, degno di ammirazione e di studi, utile ugualmente ai fini sentimentali della Fede ed alla cultura.

 XIV

   Se non che, per effetto del Decreto Reale 9 settembre 1923, l’Ufficio della Soprintendenza ai Monumenti delle Puglie e Molise – già funzionante in Bari – fu temporaneamente messo alle dipendenze del R. Commissariato per le Antichità e Belle Arti in Napoli; dove fu traslocato il Calzecchi.
Ma poscia, nel 1925, la detta Soprintendenza ai Monumenti la si trova abbinata a quella per gli Scavi ed i Musei  con sede in Taranto; onde il prof. Quintino Quagliati assunse summam rerum  sulle Opere di Antichità e d’Arte della Puglia.
Accenno ora di sfuggita – per la necessaria concatenazione cronologica – alla incresciosa parentesi, che va dal 23 aprile 1926 al 27 luglio 1927.
In occasione delle feste cinquantenarie della incoronazione della Protettrice di Bovino S. Maria di Valleverde, con le quali coincideva il 1. Congresso Eucaristico Diocesano ( 27-30 agosto), il Vescovo dell’epoca voleva far eseguire nell’interno del tempio delle decorazioni pittoriche, liberando la cupola e la volta centrale dal vecchio intonaco – dietro consiglio del pittore – per sostituirlo con altro di miglior fattura.
Interessato dalla Curia, ne informai la Sopraintendenza con note 23 aprile 1926 – N. 272 e 5 maggio 1926 – N. 276; chiarendo da parte mia che – in vista della venuta a Bovino dell’arcivescovo di Benevento, di vari altri vescovi, dei podestà della Diocesi, del probabile intervento di un cardinale e del concorso di molti forestieri – era indispensabile concedere la chiesta autorizzazione, per non presentare il tempio in uno stato deplorevole, ricco di macchie di umido e scrostature, che davano all’interno un aspetto poco edificante.
Con Note 762 e 845, rispettivamente del 27 aprile e dell’11 maggio,  mi si rispondeva che, a proposito dei suddetti lavori di intonacatura e decorazione (affrescatura delle volte e della cupola), era necessario un progetto, per chiarire il genere ed il valore degli affreschi da intraprendere. Oltre di che il progetto della nuova opera da effettuarsi doveva sottoporsi alla superiore approvazione del Ministero dell’Istruzione, per non operare contro legge, essendo il duomo iscritto nell’elenco degli edifizi monumentali.
La pratica andò per le lunghe; tanto che solo nel marzo dell’anno seguente il Ministro autorizzò di persona il Vescovo a compiere i lavori prospettati, con la spesa in preventivo di lire 80.000, da coprirsi con una considerevole somma del Pontefice, con i sacrifici personali del Vescovo e con le oblazioni dei cittadini in patria e nell’America.
Tali lavori furono concessi, purchè limitati al consolidamento e ridipintura della chiesa senza pregiudicare in alcun modo eventuali opere di ripristino dell’antica architettura dell’edifizio, che avrebbero potuto farsi in avvenire.
Però un sopraluogo del prof. Quagliati e dell’arch. Grazia della R. Sopraintendenza fece rilevare un disastro imprevisto : la volta della navata centrale con crepe e fenditure, insellata in alcuni punti del suo asse longitudinale e crollante.
Provvidenzialmente lo scrostamento degli intonachi rivelò il pericolo: la volta avrebbe sepolto i fedeli; non senza commozione e terrore si può oggi pensare ai grandi affollamenti della Quaresima e Settimana Santa – così il Foglietto della Diocesi di Bovino  del settembre 1927 – N. 9.
In seguito il Genio Civile di Foggia diede piena prova delle precarie condizioni statiche della cattedrale ed in conformità del giudizio espresso dall’arch. Grazia, ritenne:
a) in primo tempo, doversi assicurare con puntellature e centine gli arconi e volte staticamente più perturbate;
b) in secondo tempo, demolirsi la pesante orditura che copre il tempio, sostituendovi incavallature in legno a fine di rendere armonica la copertura con quelle che sono le linee caratteristiche del bizantino.
L’ing. sac. Spirito Maria Chiappetta – incaricato dal Pontefice a prendere visione della cattedrale, bisognosa di restauri – assicuratosi della statica, approvò la demolizione della volta  (Foglietto della Diocesi di Bovino, stesso numero ed anno).
Pertanto il Ministro della P.I. telegrafava :
<<  Roma, 6 luglio 1927
Sua Eccellenza Vescovo – Bovino
Dai rapporti oggi ricevuti rilevo che Sopraintendenza e Genio Civile sono concordi nel ritenere doversi procedere ad assicurare statica tempio gravemente minacciato, prima qualsiasi lavoro di ripristino e decorazione.
Io ignoravo reale condizione cose. Non posso assumermi responsabilità pericolo per incolumità pubblica. E’ indispensabile che V.E. prenda accordi col comm. Quagliati e col Genio Civile. Senza tali accordi non è possibile proseguire lavorare.
Fedele  >>
Lo stesso on. Ministro con nota in data 20 agosto 1927 – diretta alla Sopraintendenza – autorizza la demolizione della volta, da eseguirsi a sezioni, subordinatamente alla costruzione delle nuove coperture a capriate in legno per sostituire i tratti demoliti, approva che del progetto per robustimento e riordinamento dell’insigne tempio sia dato incarico al sac. ing. Chiappetta, che avrebbe dovuto beninteso presentarlo all’esame ed all’approvazione della R. Sopraintendenza.
Il 5 settembre 1927 due autorevoli canonici mi consegnarono un laconico appunto – privo di firma – che io protocollai al N.296; nel quale, tra l’altro, è detto : ” il sac.ing. Chiappetta, a causa delle sue moltissime occupazioni, non può ( e lo disse sin dal principio ) assumersi l’incarico di compilare il progetto dei lavori di restauro alla nostra cattedrale ” Anzi essi, con rincrescimento, mi sussurrarono ad aures  delle cose, che non stimo necessario ripetere e dare in pasto alla morbosa curiosità del pubblico.
E così finì inglorioso il vagheggiato programma minimo ossia a scartamento ridotto, o – per essere più precisi – ad usum Delphini.
Sorse frattanto nel 1930 il 3. Comitato pro-Cattedrale, sotto la presidenza del concittadino avv. Alessandro Rocco, giureconsulto esimio del Foro di Capitanata, in rappresentanza dell’Amministrazione Comunale.
Questo novelle Ente – di cui facevano parte rappresentanti del Vescovo, membri del Capitolo, i Priori delle Confraternite interessate ed anche il locale Ispettore on. ai Monumenti e Scavi – si mise subito all’opera per la raccolta dei fondi; e come primo atto restituì alla R. Sopraintendenza il progetto dei restauri, per la compilazione del capitolato d’appalto.
Il Comitato suddetto sollecitò le corporazioni locali per i relativi contributi; infatti il rev. Capitolo si sottoscrisse per lire 7000, e le confraternite per lire 42.500 in rate annuali.
Il Comune promise un concorso di lire 10.000, ed altre lire 12.000 provenivano dalla liquidazione della Banca di S. Marco in totale un attivo di circa lire 71.000, suscettibili di aumento in modo assai sicuro.
L’azione del Comitato si arrestò per la calamitosa e sensibilissima scossa tellurica del 23 luglio 1930, che fece crollare gran parte della volta centrale del duomo, compromettendo altri luoghi del sacro edificio.
Recatosi il prof. Quagliati a Bovino – in seguito a telegramma dell’Ispettore on. Nicastro – prese senz’altro iniziativa delle opere di salvataggio, lasciando sul posto l’ing. arch. Grazia, che scrupolosamente ebbe a compiere il suo dovere con intelligenza, conoscenza e perizia.
Ottenne il Soprintendente medesimo dal Ministero il fondo all’uopo richiesto di L.15.000; ed ottenne altresì che il Ministero dei LL.PP. autorizzasse il Genio Civile al pagamento delle spese residuali L. 16.700 sulla spesa di lire 31.700, occorsa per i provvedimenti di urgenza.
Dopo che il terremoto aveva precipitato le dannose soprastrutture settecentesche, era tempo finalmente che l’insigne Duomo fosse restituito all’originale forma.

 XV

   Al prof. Quagliati premeva veder compiuta un’opera meritevole di tutto l’entusiasmo: dei lavori da farsi trattò quindi col Ministero, con S.E. il Prefetto, col Genio Civile e con l’Ispettorato Superiore di Melfi per la zona terremotata.
Il progetto, del quale si occupò anche il Consiglio Superiore delle Belle Arti, fu assunto dalla Sopraintendenza, che il 30 dicembre – cioè cinque mesi dopo il cataclisma tellurico – sottopose al riscontro ed all’approvazione del Genio Civile di Foggia il preventivo di spesa occorrente ai lavori di restauro in L. 195.000.000 (centonovantacinquemila); e ciò perché si trattava di edifizio destinato al Culto, per la cui riparazione il Ministero dei LL.PP. doveva concorrere nella spesa, a norma dell’art. 21 del R.D. L. 3 agosto 1930 – N. 1065.
Si rese diligente il Capitolo nel chiedere – anche a nome del Parroco, essendo la Cattedrale Parrocchia – il sussidio governativo per i danni del terremoto (Ufficio Amministrativo Diocesano – N. di crot. 60 sez. I, div. I, 31 dicembre 1930).
Anche il Comitato prendeva analoga deliberazione il 7 gennaio 1931; ed il giorno 8 seguente, con piego in raccomandazione, inviava domanda al Genio Civile.
Capitolo e Comitato aspettavano l’occasione propizia ad iniziare il loro atto decisivo per provvedere a mettere insieme i fondi necessarii ad integrare il programma dell’opera.
” E’ il momento della Concordia – scriveva il prof. Quagliati – Io sono deciso a condurre in ogni modo a buon fine il sogno! Ella sa di poter contare su tutta la mia più entusiastica collaborazione“.
Ma un fatto nuovo, non concatenato alle pratiche già in evasione – quantunque diretto al medesimo fine – viene a procrastinare il restauro del Duomo, suscitando nel popolo due sentimenti opposti: disillusione e speranza.
Il rosone della facciata di questo importantissimo esemplare di architettura sacra medioevale sembra pur esso che sia rimasto estatico, stupefatto; e volge in alto, verso il cielo, il suo grande occhio ciclopedico in attesa della buona stella.
L’Ufficio Pontificio redasse una seconda perizia per le opere di riparazione alla Cattedrale, danneggiata – come si è detto – dal terremoto del 23 luglio 1930, con giusto intendimento di ridare al sacro manufatto l’antica forma caratteristica ed interessante per la storia dell’architettura.
L’ammontare della spesa prevista è di L. 1.406.249,85 ( un milionequattrocentoseimiladuecentoquarantanove ed 85), che il Genio Civile – rettificando i prezzi unitari ed eliminando logicamente ogni altra nuova opera, inesistente prima del terremoto – ridusse a L. 351.000 (trecentocinquantunomila).
Il progetto dell’ing. sac. Spirito Maria Chiappetta stabilisce la rimozione delle colonne (capitelli, fusti, basi ); la rimozione della facciata principale in tutte le sue parti architettoniche, da segnarsi e catalogarsi; la rimozione e rimessa in opera della gradinata della chiesa.
La Soprintendenza non aderisce alla estrema risoluzione dell’intero smontamento della facciata principale per la sua ricostruzione. E insiste per questa parte sul proprio progetto, in possesso del Genio Civile sin dal 30 dicembre 1930.
Afferma,  in  ogni  modo,  che  il  problema  da  risolvere  nel presente caso, di grande interesse per il monumento, sia appunto di conservare del pregevole manufatto quanto più sia possibile della sua antica costruzione originaria“.
Sono parole del compianto prof. Quintino Quagliati, la cui immatura scomparsa – disse S.E. il Ministro Ercole – è lutto gravissimo per la cultura nazionale e riempie di cordoglio quanti ne apprezzarono la forte tempra di studioso, di galantuomo, d’Italiano.
 Nei riguardi del pavimento della  chiesa, la Soprintendenza non trova conveniente al tempo e allo stile di questa l’impiego di mattonelle in cemento ad intarsio; ma crede opportuno adoperare lastre di pietra.
La pratica dei restauri della Cattedrale si arresta con le riportate osservazioni, trasmessemi dal Superiore Ufficio il 23 novembre 1932 – anno XI N. del protocollo 1908.

 * * *

    Tali sono i fasti ed i nefasti della Cattedrale di Bovino, scritti con la più scrupolosa sincerità, scevri di sottintesi e pretesti cavillosi, scevri di riserve mentali e sottigliezze dialettiche; poiché la logica non ha bisogno di puntelli, come – temporaneamente – il frontespizio ducentesco di maestro Zano.
L’increscioso e deleterio dualismo ha sospinto in un vicolo cieco l’atteso restauro scientifico del nostro duomo.
Chi per poco si sofferma in Piazza della Rivoluzione, e volge uno sguardo – anche affrettato – al bel prospetto romanico, che volle il vescovo Pietro I, discerne subito la singolare posa dei due leoncini, tranquillamente in cuccia alle basi delle esili colonne a spire del rosone: s’interrogano a vicenda sulle inesplicabili e quasi incredibili peripezie del tempio augusto, senza peranco giungere al bandolo dell’ingarbugliata matassa.
L’enigma crede di averlo compreso il pio bove, che – dall’alto del timpano – piega malinconico cervice e fronte onusta verso gli ingenui interlocutori, e par che ad essi ripeta, mugghiando, l’antico detto sentenzioso : ” Bovino, buon principio e mala fine”. Crepi l’astrologo !!
La commedia deve ormai finire, perché il paese ne è stufo; si cali adunque il sipario!
Il popolo vuole la sua cattedrale, rivuole il suo Vescovo, di cui si gloriò sin dai tempi apostolici. E mentre rivolge un pensiero di filiale devozione, d’illuminato rispetto e di gratitudine imperitura verso l’Altissima Personalità del Pontefice, per il suo paterno interessamento; ha la piena ed assoluta fiducia nel Governo Fascista per le necessarie, immancabili provvidenze, intese a ridare fascisticamente alla insigne Cattedrale – decoro della Puglia – il suo originario aspetto.
Tutti dobbiamo cooperare con disinteresse, onde si raggiunga presto il fine nobilissimo; e tutto, senza dubbio – chiedo venia all’ottimo concittadino e provetto artista decoratore Signor Michele Leone, se gli rubo questa frase – saremo inclusi nell’elenco degli autocandidati all’immortalità.
Del resto l’ing. sac. Spirito Maria Chiappetta, dell’Ufficio Tecnico Pontificio, è un illustre professionista specializzato; e poiché le R. Soprintendenze, organi tecnici del Ministero dell’E.N., vantano  valorosi architetti e professori magnifici, certo non mancherà l’intesa per un accordo completo ed uniforme entità di vedute. Alla Direzione Generale di  Antichità e Belle Arti vi è S.E. il prof. R. Paribeni.
Sulla questione del metodo da seguire nei restauri devono interloquire solo i dotti e gli esperti di architettura medioevale, perché esclusivamente il loro giudizio può portare il desiderato equilibrio nelle opinioni opposte, e marcare i limiti giusti e sicuri consentiti dall’arte.
I critici da Caffè bisogna che tacciano, bisogna che la finiscano le beghine.. increduli taceant ! mulieres taceant !
Educato alla scuola dell’umanesimo del grande genio del prof. Giuseppe Barone, che fu vanto del Liceo Massimo d’Azeglio in Napoli, accolsi ben volentieri l’invito del “Gazzettino”, pago di presentare ai numerosi lettori del simpatico giornale i miei appunti sul massimo tempio di questa città.
Auguro che i miei articoli arrivino a disingannare gli illusi, a scuotere gli apatici ed i pessimisti.
E venga sollecito il giorno in cui, nella Cattedrale di Bovino – nobile retaggio dei nostri antenati – potranno novellamente espandersi le armonie dell’anima, in onore dell’Arte e a maggior gloria di Dio.

***

 da: IL GAZZETTINO –  Eco di Foggia e della Provincia      sabato 14 settembre 1935

IL  DUOMO  DI  BOVINO

   E’ trascorso già un anno dall’inizio dei lavori di restauro alla nostra Cattedrale, lavori che sono a buon punto e che culmineranno col ripristino scientifico dell’insigne monumento, decoro di Bovino e dell’intera Puglia per le sue singolari caratteristiche, non rilevabili negli altri monumenti sacri coevi.
“Il Gazzettino” con l’ospitalità accordata a ben quindici miei articoli – nei quali trattai ampiamente dei fasti e nefasti dell’artistico tempio, facendo rilevare i pregi e l’importanza di esso – contribuì non poco ad illuminare la pubblica opinione, a scuotere gli apatici, a disingannare gli illusi ed a confondere gli oppositori. Perciò gli si deve riconoscere il gran merito di opportuna e valida cooperazione alla rinascita di una delle più interessanti Cattedrali di Capitanata.
Offesa nel corso dei secoli da manomissioni ed adattamenti, che avevano accomunati cattivo gusto e miseria architettonica, molte cose andarono distrutte.
Il vescovo Lucci soltanto non distrusse nulla: si limitò a covrire l’interno di stucchi, dando alle navate il carattere di un modesto barocco.
Si deve quindi alla sua opera che apparisce più conservatrice che innovatrice, se oggi – rimessi in luce ed in  evidenza i diversi frammenti di epoca classica, paleocristiani, bizantini e romanici – si potrà ammirare nelle originali membrature e nel suo complesso la  severa classicità del nostro  duomo, che non  avrà nulla da invidiare agli altri bellissimi di cui si adorna la regione pugliese.
Dirò in breve che il duomo appartiene al periodo di transizione tra il bizantino ed il romanico; ed è formato in massima parte da elementi erratici e frammentarii di epoca classica, ricavati dalle rovine di antichi monumenti sacri e profani.
La cattedrale propriamente detta – da non confondersi con l’annessa chiesa di S. Marco, ricostruita nel 1197 – ripete la sua origine da un’epoca turbinosa per il mezzogiorno d’Italia, quando Greci e Longobardi se ne disputavano il domicilio.
E’ quindi un gioiello d’arte del X secolo, di gusto basilicale cristiano con caratteri bizantini.
La vedremo per la prima volta modificata dal vescovo Giacomo della Sbarra o da Barra nel 1327, con le elemosine dei cittadini e per opera del protomaestro Odone da Carbonara.
Il maestoso prospetto invece è di epoca sveva ed ha tutti i caratteri di un romanico pugliese nascente, che nulla ha perduto della originaria bellezza.
Il compianto prof. Quintino Quagliati, forte tempra di studioso, era risoluto a condurre a buon fine il progetto di ripristino, dando la sua entusiastica collaborazione. Ma per la sua immatura dipartita – che fu lutto gravissimo alla cultura nazionale – la soluzione del programma fu affidato dal Ministero dell’Educazione all’illustre prof. Gino Chierici R. Soprintendente alle Opere d’Arte della Campania; ed egli, con la sua alta competenza e dottrina, confermò la necessità assoluta di restuaro scientifico cioè il ripristino.
Altro che fregi ornamentali a stucco e pitture a colla! Roba da cinematografo…
Le opere già compiute hanno quindi ridato al tempio l’originario aspetto.
Se, a cose fatte, il risultato non soddisferà gli incompetenti – per lo più di cattivo gusto – che vedono il bello solo simmetrico, nelle indorature e nei vivaci colori di decorazioni armoniche: si pensi che armonia non significa resa a discrezione e che, l’architettura, prima che opera d’ingegneria, è sintesi degli ideali e del tempo.
Ecco perché i restauri della Cattedrale di Bovino – importantissimo monumento d’arte sacra medioevale – eseguiti coi più severi criterii, furono diretti al ripristino rigorosamente storico. Furono quindi esclusi i rifacimenti per analogia stilistica, che – invece di conchiudere in un restauro scientifico – si sarebbero risolti in una poesia.
Ha diretto i lavori, con raro intuito ed ammirevole competenza e perizia, l’architetto Carlo Ceschi della R. Sopraintendenza per la Puglia, coadiuvato dal prof. Osiride Scalzotto, disegnatore.
La Ditta Assuntrice – che si compendia nel trinomio T. Parlese, L. Chiappinelli e L. Di Giovanni – ha lodevolmente e con onestà corrisposto al compito ad essa affidato; quindi non esito a dichiararla benemerita.
Tra pochi mesi Bovino avrà una insigne Cattedrale, nobilissima per la sua storia secolare, splendida per l’arte che racchiude: arte creata dalla religione, arte che suscita nell’animo sentimenti divini, divenuta ormai patrimonio degli studiosi di tutti i tempi e di tutto il mondo.
Bovino, 11 settembre 1935 (XIII)
Dott. Carlo Gaetano Nicastro

N. D. R.:  Per eccessiva modestia l’articolista ha escluso il suo nome tra il complesso dell’articolo, mentre egli è il massimo propulsore dei lavori di restauro e solo a lui si deve il gran merito di aver sollevato dall’abbandono la nostra antica e monumentale Chiesa matrice. A buon diritto il Superiore Ministero gli ha da 23 anni affidato l’alto incarico di R. Ispettore ai Monumenti e scavi

 

***

 Da: IL GAZZETTINO – Eco di Foggia e della Provincia              7 novembre 1936

La Cattedrale di Bovino                                                                                                  (Note retrospettive) di L. Siciliani

A proposito della riapertura di questo insigne e vetusto monumento – testè avvenuta dopo i restauri scientifici eseguiti sotto la direzione della R. Soprintendenza alle Opere di Antichità e d’Arte per la Puglia – credo opportuno riassumere sinteticamente la storia di esso, decoro autentico di Bovino e dell’intera regione pugliese.
Mi son rivolto perciò al locale Ispettore on. dottor C. G. Nicastro, il quale con cortese sollecitudine ha messo a mia disposizione i due volumi della sua Storia di Bovino – di prossima pubblicazione – nonché gli articoli da lui scritti per il “Gazzettino” nel periodo 1932-33; quando cioè era ancora un mito la concordia di tutti per il fine nobilissimo e logico dei restauri del duomo.
Ora che questi son terminati in un periodo di tempo relativamente breve, e che il tempio augusto è riaperto al culto, e già le sacre funzioni decorosamente vi si esplicano; non è intempestivo narrarne le vicende e le successioni cronologiche delle sue metamorfosi architettoniche.
La prima cattedrale, dunque, sorse nei tempi così detti apostolici, presso la casa del Vescovo; e vi furono seppelliti quattro neofiti cristiani, martirizzati in quei paraggi.
In prosieguo di tempo – tra il IV ed il V secolo – alla cattedrale fu affiancata una piccola cappella in onore di S. Marco di Ecana, cappella ingrandita dal Vescovo Roberto III nel XIII secolo ( C.G. Nicastro. L’uno e l’altro S. Marco della Chiesa di Bovino. Tip. Fattibene 1930).
Fu nell’anno 969 che il Vescovo Giovanni I ordinò la costruzione di una cattedrale più vasta innanzi alla primitiva; e l’opera, per le vicende dei tempi, fu terminata nel 1231: cioè dopo oltre due secoli e mezzo!
Non mi attardo sulla famosa data del 905 e su la ipotetica Gallia, vedova di un tal Zenone, ritenute rispettivamente l’una come epoca di fondazione della cattedrale e l’altra per la benemerita fondatrice. Al riguardo di queste due bubbole storiche il dottor Nicastro scriverà prossimamente, e per gli studiosi, un articolo polemico.
I tre edifizi, nel corso dei secoli, furono trasformati – massime all’interno – in maniera tale da rendersi problematica la ricostruzione ideale per chi, non avendo dimestichezza con la storia dell’arte e l’architettura medioevale, non può concepirne la primitiva bellezza.
Solo così si spiega l’ostinazione e la inaudita resistenza passiva di quelli che volevano attuare un programma minimo di restauro; senza calcolare che le mura perimetrali erano rotati in fuori, le volte rotte in chiave e nei fianchi, quella centrale spaventosamente insellata, e che tutto l’edificio – non avendo fondazioni – poggiava in massima parte su terreno molle e friabile.
L’unico a sostenere la necessità di un ripristino scientifico, contro tutti, fu il suddetto Ispettore on. ai Monumenti. Cose a posto!
Ho potuto vedere nell’Archivietto dell’Ispettore il suo voluminoso carteggio con la R. Soprintendenza, riflettente la Cattedrale di Bovino: va  dall’11  marzo  1918 – col n. 28  di  protocollo – al 26  settembre 1936, n. 888; e cioè sino a dieci giorni prima della inaugurazione.
In mezzo a tanti ostacoli il nostro Ispettore ebbe un momento di debolezza e si dimise. Ma  il  Direttore Generale di Antichità e Belle Arti, con sua nota del 31 luglio 1927 n.6769, così scriveva – tra l’altro – al R. Soprintendente per la Puglia: ” Non sembra a questo Ministero sia il caso di accogliere le dimissioni del dott. C.G. Nicastro; e si prega pertanto la S.V. di volerlo indurre, anche a nome di questo Ministero, a recedere dalla sua decisione per non privare l’Amministrazione del contributo della sua intelligente opera a vantaggio del nostro patrimonio archeologico ed artistico“.
Il terremoto del 1930 tagliò corto a tutte le divergenze e l’illustre Soprintendente comm. prof. Quintino Quagliati potè, con l’architetto Grazia, iniziare finalmente gli studi relativi al ripristino; studi continuati dal prof. Chierici della R. Soprintendenza di Napoli e poscia dal prof. Bertoccini e dall’architetto Ceschi, che lodevolmente ha diretto i lavori sino al completo restauro.
A quale stile corrisponde la cattedrale di Bovino?
Dico subito che la cattedrale propriamente detta, quella cioè dedicata all’Assunta, e costruita nel X secolo dal Vescovo Giovanni I, è di stile bizantino. Gli elementi però che la compongono sono in gran parte avanzi di tempii pagani, di chiese paleocristiane e di altri antichi monumenti. Il prospetto invece – costruito dal Vescovo Pietro I all’inizio del XIII secolo – è romanico: un romanico nascente; mancano invero gli archetti pensili e le altre manifestazioni decorative del romanico  decisamente affermato.
Il pregio e la singolarità della cattedrale di Bovino ( a perciò si distingue dagli altri monumenti sacri, coevi, della Puglia) consiste appunto nel fatto di essere bizantina all’interno e romanica nel prospetto.
L’annessa chiesa di S. Marco invece è interamente romanica.
Fu costruita – come ho detto innanzi – nel 1197, ed in sostituzione dell’originaria cappella paleocristiana; dal Vescovo Roberto III. Il quale ricostruì anche la primitiva cattedrale dedicata a S. Ambrogio, dandole altra configurazione.
Negli odierni restauri, per mancanza di fondi, poco o niente si è fatto per rimettere in valore ciò che rimane di questo piccolo tempio. Ma – data la sua ubicazione, e tenuta presente la configurazione dell’ambiente – sarà trasformato in cantoria, con molta probabilità, secondo l’originale e pratica idea del prof. Bartoccini, a cui è affidata la conservazione e la messa in valore dei monumenti pugliesi.
Ora Bovino può vantarsi di possedere uno dei più belli monumenti sacri della Puglia. Infatti il suo duomo, severo, classico, imponente, non ha niente da invidiare alle altre bellissime cattedrali, di cui abbonda la terra di Puglia.
Tener ancora nascosti i suoi pregi sarebbe stato un delitto. Invece, col suo ripristino, l’amore dell’Arte ha dato ai fedeli un ambiente signorile e maestoso, dove tutte le manifestazioni del culto possono esplicarsi col massimo decoro.

***

 Da: Il GAZZETTINO – Eco di Foggia e della Provincia                      11 settembre 1937

Il  Duomo  di  Bovino

Riceviamo e pubblichiamo:

 

Illustrissimo Signor Direttore,
Le sarò assai grato se volesse inserire ne ” Il Gazzettino ” questa mia corrispondenza, con la quale – lungi dal desiderio di aprire polemiche – voglio semplicemente chiarire dei dati di fatto, a proposito dei restauri della cattedrale di Bovino.
Lo stabilimento di Arti Grafiche dei F.lli Pozzi (Alassio 1937-XV) ha pubblicato un interessante studio dell’architetto Carlo Ceschi, dal titolo “La Cattedrale e San Marco di Bovino”.
E’ un lavoro degno di ammirazione e di lode, espletato con criterio scientifico e singolare competenza; esso rivela la maturità artistica e l’ingegno versatile del giovane Autore.
Questi me ne invia un esemplare con lusinghiera dedica, che io veramente non merito; e – bontà sua – nella monografia cita diverse volte il mio nome.
I Bovinesi gli dovranno essere grati per siffatta pubblicazione, mediante la quale il nostro maggiore tempio – insigne opera d’arte della Puglia – sarà meglio conosciuto ed apprezzato dagli studiosi e dai competenti. Ed io – suo amico ed ammiratore – gl’invio ben volentieri, dalle colonne de “Il Gazzettino” i più sinceri auguri per una radiosa carriera.
E’ da sapersi che l’architetto C. Ceschi – già della R. Sopraintendenza di Bari, ed ora della Sopraintendenza all’arte medioevale e moderna della Liguria – diresse i restauri della cattedrale di Bovino, riaperta al culto nell’ottobre del 1936.
Se non che, a pagina 22 del suo opuscolo – a proposito di una iscrizione incisa nella lunetta portale di sinistra del prospetto – egli così dice:
La prima parte dell’iscrizione ci dà senz’altro la data della costruzione (1231) e specifica che l’opera fu fatta come comandò il vescovo Pietro I in onore della Vergine Maria.La seconda parte è rimasta oscura a tutti coloro che fino ad oggi l’hanno riportata.
Dal Pietropaoli, che nella sua Historia la riferì per primo nel 1631, all’Ughelli, al Cappelletti ed agli altri che a questi attinsero senza più controllarla sul posto, questa parte dell’iscrizione è stata letta erroneamente un po’ per desiderio di renderla più intelligibile e un po’ per difetto d’interpretazione.
Il principale equivoco che è doveroso da parte nostra subito dissipare è stato quello di leggere la parola Qos che segue quella di Zanus come una data: 905.
Non è difficile spiegare l’assurdo di una data segnata in cifre arabiche in una iscrizione del XIII secolo mentre è logico vedere Qos come abbreviazione di Quos accusativo plurale del pronome latino Qui in modo da dare all’ultima parte dell’iscrizione questo esatto  significato: I quali Cristo porti ai cieli alle sicure dimore  e poi oltre continua:
La parte anteriore di questo secondo verso appare molto contorta ed involuta com’era del resto comune in quel tempo ed è risultata di più difficile interpretazione specie per la parola Gallia che qualcuno pensò essere il nome della fondatrice della primitiva chiesa, ma che noi vogliamo interpretare nel suo  significato  geografico, ed ancora:
Crediamo logico vedere in questa parte della dicitura la chiara celebrazione di questo Zano venuto dalla gallia, quasi condotto dalla Provvidenza a Bovino per edificare la fabbrica nel 1231.
Per intelligenza dei lettori de “Il Gazzettino” affermo subito che l’intera iscrizione – contorta ed involuta – è,  senza dubbio, difficile ad interpretarsi ed effettivamente la parola Gallia fu ritenuta, in passato, quale nome della fondatrice della primitiva chiesa e vedova di un certo Zenone.
Nell’Enciclopedia dell’Ecclesiastico del D’Avino ( Napoli 1845) – al tomo quarto, pag.443 – si legge:
“Bovino (Chiesa Vescovile) 905 – Essendo Pietro vescovo di Benevento, una certa Gallia vedova di Zenone, a proprie spese, fece ampliare il nostro Duomo, come dalla seguente iscrizione, scolpita nell’architrave della porta piccola della navata che guarda al sud”.
Questo concetto viene ribadito nel compendio del Sinodo Diocesano, tenuto dal vescovo M. Padula dal 5 al 7 ottobre 1904.
Invero, a pagina 222 – nei riguardi della Cattedrale – si afferma: Originem quippe suam sexto Ecclesiae seculo elevat, et a quadam nobili matrona vidua, nomine Gallia, fuit anno 905 ampliata ecc.
Ma il giudizio del Ceschi sui commentatori della epigrafe è troppo generico, ed anche troppo reciso, per non consentire un richiamo mnemonico.
Nel  giornale ” Il Gazzettino ” furono  pubblicati  tra  il 1932  e 1933 ben quindici miei articoli illustrativi sulla cattedrale di Bovino.
E si deve appunto alla campagna persistente e tenace di tal benemerito giornale se alla fine si disingannarono gl’illusi, si scossero gli apatici ed i pessimisti con rammarico disarmarono.
Non interessa se – a fatti compiuti – pullularono autoesibizionisti aspiranti alla benemerenza di aver cooperato alla rinascita della cattedrale, e se neo-competenti di arte, di archeologia e di architettura si moltiplicarono come funghi prataioli dopo un acquazzone autunnale.
A me preme far risaltare semplicemente quello che scrissi – prima del Ceschi – a proposito della famosa epigrafe.
Puntata I
“La porticina laterale sinistra, invece, ha nella lunetta l’effigie del Redentore in bassorilievo…E mastro Zano, il costruttore della cattedrale, con questo tipo dei primitivi tempi cristiani, volle effigiare Gesù; per volontà del quale egli venne dalla Gallia, e che dovrà condurre lui ed il Presule Pietro nella patria celeste”.
Puntata III
Nella lunetta si legge: Qua  fieri  quoq iux Petrus presul
In realtà un Pietro fu vescovo di Benevento dall’894 al 907. Ma l’iscrizione porta un’epoca ben diversa:
Milleducentesimo tricesimo primo indiccionis quarte
Durante quest’anno Pietro I, vescovo della nuova diocesi bovinese, condusse a fine e consacrò la cattedrale.
Est hec patrata do digne scificata fabrica
Ed allora, nel domandarmi come sia venuta fuori la data 905, credo di aver trovato il bandolo di tale errore storico; errore tutt’altro che lieve.
Nella epigrafe – la cui costruzione a causa delle abbreviature e del singolare ordine delle parole, è in certo modo difficoltosa, specialmente per chi non ha troppa dimestichezza con la paleografia – vi è un  Qos;
Cstruxit  Zanus  Qos
In Qos troppo leggermente fu da qualche copista letto 905; senza considerare che intorno al XIII secolo le date o si scrivevano in lettere, o con numeri romani.
Puntata IV
A.1231 – il vescovo Pietro I termina finalmente la fabbrica del duomo, e ne eseguisce il prospetto; onde Cristo condurrà in cielo, lui e l’architetto Zano.
Qos uhat ad celos ad tuta palacia xps

 

   Ecco quello che pubblicai ne “Il Gazzettino” sin dal 1932-33, quando il ripristino della cattedrale di Bovino era ancora un mito.
In quell’epoca l’architetto Ceschi non ancora aveva portato in Puglia il contributo della sua preziosa opera a vantaggio dei non pochi monumenti, di cui è ricca la nostra nobile regione.
Devo pertanto rilevare che l’amico Ceschi, il quale nel suo interessante opuscolo mi fa l’onore di parecchie citazioni – mentre a pagina 67 (in nota) scrive: C.G. Nicastro La Cattedrale di Bovino ne “Il Gazzettino” Foggia 1933 – V puntata – non richiama in modo uguale all’attenzione degli studiosi anche le puntate I – III – IV; nelle quali, tra gli argomenti, si risolve in maniera logica la voluta  indecifrabilità della iscrizione ducentesca.
Devo però credere che non tutti i numeri de “Il Gazzettino” dovettero arrivare a lui; onde son persuaso che nella lealtà, non avrebbe mancato di far risaltare la mia precedenza.
Non è uomo di portar lucciole ad Atene.
Per conchiudere, ed a rincalzo di quanto sopra, riporto il finale di un mio articolo, comparso nel secondo numero del Foglietto della Diocesi di Bovino – gennaio 1924 – sempre a proposito della cattedrale:
“..potremo rivedere il massimo tempio di Bovino nella sua originaria magnificenza, come lo concepiscono i nostri antenati. Così come lo vollero il vescovo Pietro I ed il maestro Zano; ai quali i loro contemporanei – grati per la mirabile opera compiuta – augurarono il premio eterno nella Patria Celeste:
Qos uhat ad celos ad tuta palacia xps
Dunque, in epoca anteriore ai restauri, l’iscrizione fu da me letta, costruita e tradotta, stabilendo in maniera inequivocabile l’epoca del termine della fabbrica e della consacrazione della chiesa (1231), dando alla parola Gallia il suo significato geografico, identificando in Zanus l’architetto e non già defunto coniuge della matrona Gallia, e restituendo al Qos la sua funzione grammaticale di pronome.
Richiamo pertanto alla mia memoria la reminiscenza biblica della celebre minestra di lenticchie; ed affermo – nel modo più assoluto – di mantenere il diritto di primogenitura.
La ringrazio, Signor Direttore, dell’ospitalità accordata a questa mia dissertazione, che – per l’oggetto di cui si tratta – non ho potuto contenere in limiti più ristretti.
Bovino, 6 settembre 1937 – XV
Carlo Gaetano Nicastro

 

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