SAN MARCO D’ECA CONFESSORE PROTETTORE DI BOVINO E DIOCESI.

Da “ SCRITTI  VARII ” del  Can.  Dott.  Michele CROCE

– Tip. Casa del Sacro Cuore – S. Agata di Puglia  – MCMXXXIX

***** 

S. MARCO  VESCOVO  DI  AECA

PATRONO  DI  BOVINO  E  DELLA  DIOCESI

APPUNTI  STORICO  –  CRITICI

    Prima di entrare in medias res, crediamo bene di riportare, per quelli che non abbiano notizia del nostro S. Marco le lezioni dell’Ufficio liturgico che si recita nella sua festa, il 7 ottobre. 
I
     << Marco, unico figlio di Costanzo, uomo religiosissimo, nato ad Aeca[1] nell’Apulia, attese allo  studio della pietà e delle lettere. Morto il padre, fu ordinato sacerdote da Giovanni Vescovo di Lucera; ed essendo molto ricco, provvedeva, tra le altre opere caritatevoli, al sostentamento ed all’educazione di due ragazze che teneva in casa sua. Accusato falsamente presso il suo Vescovo, questi comandò a due diaconi, Vincenzo ed Aristotile, nemici di lui, che lo conducessero a Lucera. Il santo uomo, che era in Chiesa, raccolto in preghiera, al comando del suo Vescovo, con pronta ed umile ubbidienza si mise in cammino. Durante il viaggio da Aeca a Lucera, essendo il nefando Aristotile divorato dalla sete, improvvisamente apparve una cerva, che al comando di Marco si fermò e porse le mammelle ad Aristotile e ne estinse la sete. Informato della cosa il Vescovo, con grande onore accolse Marco non  come reo, ma come uomo veramente santo. La notte  seguente prima di entrare in Chiesa per la recita del divino Ufficio, Marco con le sue preghiere ottenne che il Vescovo udisse il canto dei cori degli angeli. Per la qual cosa Giovanni, maggiormente persuaso della santità di Marco, lo trattenne seco per una intiera settimana. Tornato Marco ad Aeca continuò ad esercitarsi nei digiuni, nelle veglie e nell’orazione; ond’è che, spargendosi in breve tempo per tutta l’Apulia la fama della sua santità, era tenuto in grandissima venerazione. Morto poco dopo Giovanni, Marco, inutilmente riluttante e dopo un vano tentativo di fuga, venne eletto Vescovo di Lucera e poscia consacrato dal Pontefice Romano Marcellino. Nell’Episcopato raddoppiò lo studio della mortificazione; vigilò mirabilmente sul clero e fu liberale coi poveri; né il favore, né  l’odio dei potenti valsero mai ad infrangere, neppur lievemente la dignità dell’ufficio pastorale. Conservò sempre illibata la castità e risplendette di ogni virtù. Con l’acqua onde erasi servito nell’abluzione della Messa, guariva gli infermi, cacciava col segno della croce i demoni; rese la vista ad un cieco, risuscitò, novello Eliseo, l’unico figlio d’una madre vedova. Colpita da febbre, morì il 7 ottobre , in età di anni 62, tra le lacrime dei suoi presbiteri, dopo aver ordinato con testamento che il suo corpo fosse trasportato a Bovino. Quivi in onore di lui fu eretta una Chiesa ove il suo corpo è religiosamente conservato >>.
 
II
Intorno a San Marco il documento più noto e anche più fortunato, è la << Historia della vita, morte, miracoli, traslazione di S. Marco Confessore, Vescovo di Lucera, e Protettore della Città di bovino. Scritta dal chierico Dott. Domenico Pietropaoli della istessa città in lode del Santo, ecc. In Napoli, per il Maccarano, MDCXXI >>.[1]
            L’Autore dichiara, nella prefazione, di averla cavata da un antico manoscritto che si conserva nel tesoro del Duomo. << Veramente, s’affretta a notare, si doveva scrivere molti anni sono da soggetto migliore di me con  più politezza  e leggiadria ( è la solita preoccupazione letteraria degli storiografi di quell’epoca, e no di quella soltanto ). Per non scriverla così seccamente e alla sfuggita l’ho abbellita ed accresciuta di alcuni discorsi fondati sulla Sacra Scrittura e d’ottimi ed approvati scrittori i quali al mio parere faranno al proposito>>. I discorsi tutt’altro che al proposito consistono in divagazioni, erudite anche per quanto portava la piazza, su vari punti di storia ecclesiastica o di Diritto Canonico, di ascetica e di patristica con qualche corollario parenetico. Si può ben credere a priori che il grosso della sua Historia il Pietropaoli non l’ha cavato dalla propria fantasia, ma veramente dal Manoscritto a cui si riferisce sul principio, perché, quando la fantasia entra realmente in giuoco, non manca onestamente di avvertirne il cristiano e devoto lettore; non può, quindi, il suo Manoscritto fare il paio col vecchio scartafaccio [3]  di cui piacevolmente discorre il Manzoni nel suo immortale romanzo. Così, per esempio, nel riportare l’allocuzione che S. Marco avrebbe rivolta,  prima della sua morte, al Clero di  Lucera,  premette  un  prudente: << credo che dicesse >>; anche in altri punti usa consimile forma opinativa: << non mi giova credere >>, << egli è credibile >>. Se non è, dunque, un  fedele volgarizzamento, non è in tutto una vita romanzata[4].
         Purtroppo  L’antico Manoscritto di cui si giovò il Pietropaoli nello scrivere la sua <<Historia>> non esiste più nel <<Tesoro della Cattedrale di Bovino>>. Probabilmente perì, vittima dell’umidità, al pari di molti codici membranacei e documenti, di cui il canonico Tesoriere Lucci (Sec. XVIII) in una nota al così detto <<Zibaldone>> del Capitolo lamenta la perdita avvenuta per incuria dei suoi predecessori.La perdita, però, non è irreparabile, perché nella grandiosa Bibliotheca Hagiographica Latina Antiquae et mediae aetatis (Bruxelles 1908-1911), edita a cura dei Bollandisti, è pubblicata in extenso la leggenda del nostro S.Marco << Vita et miracula S.Marci>> ex Ms. Bovinensi ( come è detto nel Commentarius praevius) quem olim acceperat Rosweydus noster, cioè il celebre P. Erberto Rosweyde, Gesuita di Utrecht, iniziatore della gigantesca pubblicazione agiografica che prese nome dai Bollandisti. Or, essendo morto nel 1629, prima, dunque della pubblicazione del Pietropaoli (1631), ne segue che il manocritto ricevuto dal Rosweyde, se non è quello stesso che si conservava nel <<Tesoro>> della Cattedrale di Bovino, deve certo esserne una copia, come è facile desumere dall’esame comparativo dei due documenti.
 
III
         Crederemmo di perdere il nostro tempo indugiandoci sulla Historia del Pietropaoli dipendente in tutto dal più volte citato Manoscritto. Passiamo, dunque, senz’altro ad esaminare il Ms. Bollandiano.
         Questo contiene, amplificato e con qualche divergenza in punti accessori, stylo verboso[5] nec valde polito, come osserva l’annotatore Bollandista, quanto abbiamo riferito sul principio dalle lezioni storiche dell’ufficio liturgico. L’autore, anonimo ma quasi certamente ecclesiastico, a giudicare dalle frequenti citazioni scritturali, e giovane  per  giunta < Annorum nostrorum sexto lustro currente >  narra (N.23)  che < al tempo che Costante Augusto (651-668), nipote dell’Imperatore Eraclio distrusse la città di Lucera (a. 663), il libellus della vita di S. Marco fu nascosto, dopo 88 anni (cioè nell’anno 750). Successivamente due illustri bovinesi lo trovarono in Apulia, e portatolo a Bovino, lo deposero nella Chiesa di S.Marco, ciò  che  avvenne l’anno 994>. Sulla scorta del libellus avrebbe egli compilata la vita di S.Marco, aggiungendo ai due soli capitoli dell’originale un terzo sui miracoli avvenuti < in his nostris temporibus, sicut narratur a fidelibus (N.14 e 16)>. Dall’ultimo di questi miracoli ( la guarigione di una donna che aveva un braccio inaridito) l’annotatore argomenta che la vita sia stata scritta in Bovino, sul principio del secolo XII, se il Vescovo anonimo ivi menzionato (N.21) era Gisone, il quale sappiamo che cominciò a governare la sede di Bovino l’anno 1118.[6] L’annotatore Bollandista ritiene, però, che essa potrebbe essere stata compilata anche anteriormente, cioè dopo l’anno 994. Si può accettare senza riserva il racconto del libellus nascosto e ritrovato? L’annotatore afferma che l’argomento dei primi due capitoli ( I. OrtusPresbyteratusCalumnia miraculis depulsa – 2. EpiscopatusMiraculaet obitus ) sia stato interamente ricavato   dal  predetto  libellus  < cuius  magna  sane  auctoritas  est >   e   presume < scriptorem nihil mutasse quoad substantiam >. Soltanto, non crede che sia stata scritta nello stesso secolo della morte del Santo, cioè nel IV secolo, perché l’autore non avrebbe mancato di narrare i miracoli seguiti immediatamente alla morte di lui e che determinarono l’edificazione di una chiesa sulla sua tomba ( ma anche ammessa questa ipotesi, il libellus sarebbe opera almeno del V secolo, se non del VI, ciò che ne scemerebbe di molto il valore storico ). Anche esita ad accettare i precisi dati cronologici e l’identificazione del nostro Santo col Marcus intervenuto con altri Vescovi al Sinodo Romano dell’anno 324 e all’altro dell’anno seguente. E in una nota, verso la fine, osserva: < Sarebbe stato più interessante notare come sia avvenuto che il libellus, conservatosi tra le rovine della città di Lucera, sia stato nascosto dopo 88 anni >. In sostanza, però, mostra di credere alla verità del racconto del ritrovamento ed al conseguente valore storico della Vita compilata dall’Anonimo di Bovino, che in massima parte ne deriva.
         Senonchè il Lanzoni, nome onorato e autorevole tra i moderni cultori di agiografia, tiene sentenza del tutto opposta. < Io credo, egli scrive ( Le diocesi d’Italia dalle origini all’a. 604 – pag. 276 ) che l’autore della Vita et miracula S. Marci seppe poco o nulla del suo eroe; e per accreditare le fantasticherie che avrebbe narrato, ricorse al volgare espediente degli autori dei romanzi antichi ( cioè il ritrovamento fortuito del libellus )>  e conchiude : < Questo libellus non è mai esistito >.
         La sentenza del Lanzoni è perentoria, ma non gratuita. Chi ha, infatti, una certa conoscenza dell’agiografia medioevale sa quale concetto questi scrittori avevano della storia e dei doveri incombenti a chi si accingeva a trattarla. Scopo precipuo non era tanto la verità dei fatti accertata con diligenti ricerche, quanto la edificazione e il bene spirituale dei lettori; ed a questo scopo tutto subordinavano, arbitrantes se obsequium praestare Deo, dimentichi però che – non eget Deus mendacio nostro. In mancanza, perciò, di fonti sicure, pur di fare cosa grata al popolo che, come l’interlocutore del Liber Dialogorum di S. Gregorio Magno, quanto plus bibit, tanto magis sitit, e ad accreditare le loro narrazioni, con tranquilla coscienza ricorrevano perfino alle finzioni letterarie, agli espedienti, ai mezzucci. Uno di questi era appunto l’aver trovato delle tavolette, dei libelli ( Cfr. Delehaye < Le leggende agiografiche > pp. 89-99-105 e ss.). Così l’autore anonimo della Passione dei SS. Martiri Nazaro e Celso, per dare peso alla sua romanzesca narrazione immaginò che un filosofo scrivesse un libretto contenente la Passione dei detti Martiri, libellus certaminis, e lo nascose nel loro sepolcro < ad capita eorum >.  Sotto  questo  bel < clima intellettuale > nacque, o meglio fu foggiato il libellus del nostro Anonimo. Non è da meravigliarsene : egli seguì il comune andazzo, affine di procacciare maggiore credito al suo lavoro.
 
IV
         Escluso il vieto espediente del libellus, resta, però, all’Anonimo il merito del compilatore. Ma quali elementi storici potettero entrare nell’opera sua? Fino a che punto gli si può prestare fede? < Si è detto e si è scritto, osserva il prelodato Mons. Lanzoni ( Genesi, svolgimento e tramonto delle leggende storiche, – Roma, Tip. Poliglotta vat. 1925, pag. 258 ), che ogni leggenda contiene un nucleo o nocciolo storico. Se si tratta di leggende in senso improprio, cioè leggende storiche, l’aforismo è vero, perché queste constano appunto di fatti e tradizioni modificate, deformate e soffocate da elementi estranei, nel qual caso l’ufficio del critico consiste nell’indagare e scoprire la traccia reale dei fatti sotto le elaborazioni della fantasia, e nello sceverare il vero dalle superfetazioni e dai travestimenti >. Conviene, cioè, esaminare la stessa opera, procurando di scoprire gli elementi di cui si compone, di quali fonti storiche ha potuto disporre l’autore e stabilirne il grado di credibilità.
         A questo lavoro, non facile invero, non mi basta l’animo di accingermi. Mi conteterò tuttavia di poche osservazioni. Si potrebbe, così a priori, mettere in dubbio che l’Anonimo abbia potuto servirsi di documenti sincroni; nessuno infatti, ignora la scarsezza di cotesti documenti relativi ai Santi Vescovi vissuti tra il III e IV secolo. Si pensava a ben altro in quei tempi eroici. Non multa loquimur, sed vivimus. Appena a pochi, a S. Cipriano per es., toccò la fortuna di avere biografi testimoni della loro vita. Si dirà che poteva almeno, l’Anonimo, giovarsi di tradizioni orali. Ma chi non sa, osserva l’autore poc’anzi citato se altro mai? Se a distanza anche di pochi anni dagli avvenimenti, vediamo noi stessi quale scempio e quante fole si vanno accreditando < quinci e quindi > pur in mezzo al < dotto vulgo >, che cosa poteva il nostro Anonimo, vivente nel secolo XII, sapere di preciso intorno a S. Marco, vissuto, come vedremo, tra la fine del III e il principio del IV secolo?
         Venendo ai particolari, s’incontrano qua e là, nella sua Vita, delle inverosomiglianze, quella, per esempio, della convivenza del Santo giovane, sacerdote, con due ragazze sia pure a scopo di cristiana carità, il che, se ammesso, non tornerebbe in lode della prudenza di lui. Non impossibile, ma non molto verosimile dice il Lanzoni ( op.cit. 276-77 ) la disposizione circa la sepoltura a Bovino. Anche il Dott. Marco Lolatte ( Dizionario dell’ecclesiastico – Napoli 1845 – Vol. IV, pag. 440 ) la trova strana, mentre più conforme all’esempio dei Santi è la l’indifferenza circa il luogo della sepoltura o il desiderio che sia sepolto, se vescovi, nella loro città episcopale, ove possono godere di maggiori suffragi. Finalmente la troppa accorata preghiera di S. Marco per essere liberato dalla calunnia potrebbe sembrare ispirata da impazienza e da un certo amor proprio. Vi s’incontrano anche molti luoghi comuni, comunissimi all’agiografia medioevale, che rivelano il lavoro rafforzato con elementi raccogliticci, la composizione a freddo. Tali sono, o almeno ci sembrano, l’apparizione della cerva, la fuga di S. Marco per evitare il peso dell’episcopato; le invocazioni premesse dal Santo ai suoi miracoli, infarcite di citazioni scritturali, lunghe e solenni come prefazi; l’accusa di magia, la calunnia miraculis  depulsa, il discorso del santo prima della sua morte. Non mancano anacronismi; l’accenno, per es., alla fermezza del Santo nel resistere ai potenti – non enim respiciebat ad personae potentiam – ci trasporta. Anziché al sec. III o IV, al basso medioevo.
         L’annotatore bollandista della Vita et miracula S. Marci, persuaso, come abbiamo visto, della verità del famoso racconto del libellus, conchiude: < Anonymum ut phrasim simplicem fortasse atque succinctam longiori verborum ambitu exornaverit, presumi tamen potest nihil mutasse quoad substantiam >. ( Comm. paevius ) e alla leggenda riconosce magnam auctoritatem. Dal poco che si è detto, e dal molto che si potrebbe aggiungere, tale presunzione non sembra del tutto fondata. Conchiudiamo quindi, a nostra volta, con le parole dello stesso Mons. Lanzoni: < Il lavoro dell’Anonimo non ha valore storico; esso è pregevole soltanto per la narrazione dei miracoli avvenuti in Bovino presso la tomba del Santo al tempo dello stesso Anonimo < in his nostris temporibus >.
 
V
         Ma se complessivamente la Vita S. Marci è sfornita di solo valore storici, non è priva di un substratum di verità, il quale è costituito dalla storicità e qualità del personaggio e dal fatto del culto a lui prestato. Quando l’Anonimo scriveva, Bovino possedeva ( si vedrà poi quo titulo ) e da lungo tempo il sepolcro d’un S. Marco Vescovo, veneratissimo per le grazie ricevute dai fedeli: ecco l’unico sicuro elemento storico, del quale disponeva l’Anonimo. Ma egli, per soddisfare alla pia curiosità ed avidità del popolo di sapere qualche cosa di più di quello che riferiva l’incerta tradizione orale, si mise a scriverne la Vita sciogliendo il volo della fantasia e giovandosi degli elementi di altre Vite di Santi Vescovi di quell’epoca lontana e di altre vicine; ne uscì fuori, naturalmente, un cibreo di verità storiche, di cose verosimili, e d’inverosimiglianze.[7]
         Senonchè, fortunatamente, meglio che la tradizione popolare, raccolta ed amplificata nella Leggenda dell’Anonimo, testimonia in favore della storicità del Vescovo S. Marco il così detto Martirologio Geronimiano, riassunto di Calendari di varie chiese, il più autorevole dei Martirologi, per venuto a noi sotto la falsa paternità di S. Gerolamo in una forma che, prescindendo dai molti peggioramenti introdottivi, risale sicuramente alla prima metà del secolo V, con l’inclusione di Santi d’Italia del IV e V Secolo i quali non erano martiri ( Bardenhewer – Patrologia. Vol. II, p. 288).
Orbene il Codice Epternacense di questo antichissimo e venerando documento dell’agiografia ( si noti che esso fu redatto nell’Italia Meridionale: possiamo, quindi, fidarcene maggiormente), sotto la data del 5 novembre, registra il nome del nostro S. Marco:
IN AECAS  MARCI  EPISCOPI
         Anche gli altri due codici B. e D. registrano alla stessa data, ma con qualche discrepanza spiegabile per la svista di qualche rozzo amanuense, il nome di lui:
IN CAMPANA ( IN AECANA ) CIVITATE  MARCI  EPISCOPI
IN NECAS  MARCI  EPISCOPI
( Comm. perp. In Mart. Hier. Pars prior Tom. II – Nov. Bruxelles Ediz. Critica De Rossi e Duchesne).
         Questo importantissimo documento agiografico ci rassicura non solo dell’esistenza di S. Marco, della sua qualità di Vescovo e del suo culto, ma anche della città dove morì – Aeca – e dove, naturalmente, esercitò il suo ministero episcopale.[8] Esso ci fornisce, inoltre, un preciso dato cronologico dell’età approssimativa in cui visse S, Marco, ed è il titolo di Confessor che gli attribuisce, Questo titolo, infatti, nel linguaggio dei secoli IV e V, significava colui che davanti ai tribunali avesse confessato la fede cristiana e fosse stato incarcerato o tormentato o esiliato; dovette quindi S. Marco essere vissuto, almeno in parte, prima della pace di Costantino, cioè sulla fine del secolo III. E’ verosimile, pertanto, che sia stato consacrato dal Papa Marcellino (296-304) come dice l’Anonimo, perché, essendo allora il Papa il Metropolita dell’Italia Suburbicaria (centrale, meridionale e insulare) ne consacrava per diritto esclusivo i Vescovi.
 
VI
         Che S. Marco sia stato Vescovo di Aeca ( e non di Lucera, come afferma l’Anonimo), oltre che dal menzionato Martirologio, si può inferire da una < Passione > leggendaria, scritta, come opina il Lanzoni, nella seconda metà del Secolo VIII, al tempo di Arechi II Duca di Benevento (BHL –2297-302). In essa, a proposito dei SS. Martiri Donato e Felice (i due ultimi dei XII leggendari fratelli Martiri di Adrumeto) che sarebbero stati uccisi il 1. Settembre sub Maximiano (286-305) in Sentianum tra Aeca ed Herdonia, leggiamo: < Marcus Ecanae urbis episcopus venit nocte cum clericis suis, et rapuit corpora Sanctorum et in civitate sua cum gaudio sepelivit >.[9]
         Al tempo, dunque, in cui scriveva il leggendista era conosciuto e venerato un S. Marco, antico Vescovo della citta di Aeca. Si aggiunga che, come abbiamo da un documento degno di fede (BHL – 7554 – 57 ), al tempo dell’imperatore Basilio II, nel 1018, mentre sulle rovine di Aeca edificavasi la moderna città di Troia – dum per antiquas petras quaererentur mausolea – fu trovato il sepolcro di un Vescovo Secundinus nel cimitero e nella chiesa del Beato Marco – juxta ecclesiam Beati Marci quae ibi sita est
         Osserva, infine, Moms. Lanzoni che < lo stesso Anonimo del Ms. Bovinese non ha potuto dimenticare del tutto l’antica autorevole tradizione (dell’episcopato ecanese di S. Marco) perché, pur avendolo fatto Vescovo di Lucera, ha posto la nascita del suo eroe in Aeca.
         Ma come potette il nostro Anonimo fare S. Marco Vescovo di Lucera ? L’illustre P. Savio ( Civiltà Cattolica – quad. 1673 – 4 novembre 1911) risponde che tra le due sentenze: dell’episcopato ecanese e dell’episcopato lucerino, < non vi è contradizione sostanziale, perché si tratta sempre della stessa diocesi, di cui fu capo Aeca fino alla distruzione, poi Lucera >.
 
VII
         Come il corpo di S. Marco si trova a Bovino, dove egli non era nato, né vissuto, né morto ?[10]
         Innanzi tutto ci sembra che sull’autenticità delle SS. Reliquie non possa cadere dubbio ragionevole. Né Troia, infatti, né Lucera, né altra città hanno mai preteso o pretendono di possederle. Bovino è in possesso pacifico, e ciò da oltre 7 secoli; infatti la chiesa edificata in suo onore e dove esse si conservano, fu dedicata, come vedremo più innanzi, il 18 maggio 1197. Ora, due sole ipotesi possono farsi. La prima è che, distrutta Aeca al pari di altre città della Daunia ( il che sembra avvenuto al tempo della guerra tra Grimoaldo duca di Benevento e l’imperatore Costanzo, l’anno 663), i suoi abitatori superstiti, a mettere in salvo le sacre spoglie del santo Vescovo loro concittadino, le abbiano trasportate a Bovino, come si legge dei corpi di altri santi. La seconda ipotesi, forse più probabile, è che i cittadini di Bovino, dopo la distruzione di Aeca, le abbiano rapite e trasportate nella loro città. Ciò non deve fare meraviglia. Nel medioevo, epoca di fede vivissima, straordinaria era la venerazione dei corpi di Santi; il desiderio di assicurarne alla propria città la protezione spingeva i fedeli anche a rubamenti e rapine; si assalivano a mano armata chiese, conventi e santuari ove le sacre Reliquie erano deposte. I Bollandisti ritengono verosimile che la traslazione sia avvenuta poco dopo l’anno 750.
 
VIII
         Ci resta ad esaminare la divergenza sulla data commemorativa del dies natalis di S. Marco. Infatti il Martirologio Geronimiano la fissa, come abbiamo già riferito, il 5 Novembre: la leggenda, invece, dell’Anonimo di Bovino (N.13) il 7 OttobreDepositionis dies celebratur nonis octobris. Quale delle due date è la vera, o la verosimile ? A nostro avviso la più accettabile è quella del 5 Novembre da considerarsi come dies natalis, e ciò a cagione della molto maggiore antichità e autorità di quel documento. Ma perché il leggendista scelse proprio quella del 7 ottobre? Perché, crediamo, in quel giorno si commemora da tutta la Chiesa il dies natalis d’un santo omonimo, il Papa e Martire S. Marco (335-336).
         Una terza data ricorre nella storia del culto del nostro santo ed è quella del 14 giugno, accreditata, come giorno della festa, dall’Ughelli ( Italia Sacra – Tomo 7 col. 451) e da altri scrittori. Uno di questi, Mario De Vipera ( Sec. XVII), asserisce, anzi, che proprio in quel giorno la Chiesa di Bovino celebra il dies natalem, e che il 7 ottobre è il giorno anniversario della traslazione del suo corpo a Benevento ove è venerato in una Chiesa parrocchiale a lui dedicata, di jus patronatus della nobile famiglia dei Sabiniani. Veramente la Chiesa di Bovino ha celebrato ab antico, come dice il Pietropaoli, < l’ultimo di Maggio > e più tardi la prima domenica di Giugno, non il dies natalem di S. Marco, ma la traslazione del suo corpo a Bovino. Sul proposito opinano giustamente i Bollandisti ( BHL – Comm. praev. N. 2 ) che < non si può parlare della traslazione a  Benevento, ma a Bovino- cum magis videatur aestimanda continuata possessio Bovinensis – o, più verosimilmente, si tratta non di tutto il corpo, ma di alcune reliquie >.  In questo caso, a Benevento potrebbero aver adottato, come più celebre, la stessa data della traslazione a Bovino, cioè il 14 Giugno. Infatti sotto la data del 15 giugno, il Martirologio Geronimiano riporta: R. Et in Beneabento, in altro Codice; Et in Benevento Marci ( Lanzoni op. cit. p.256). Un’altra ipotesi propongono gli stessi Bollandisti, ed è che la chiesa beneventana abbia ricevuto il corpo di un altro S. Marco, del quale non sapendosene nulla ( nota, infatti, il Vipera: hujus Sancti Episcopi acta desiderantur) si sia fatto addirittura unus idemque col Santo omonimo che si venera a Bovino. Avremmo in questo caso (fatto non infrequente nell’agiografia antica) una contaminazione della leggenda dello storico S. Marco di Aeca con quella di S. Marco < Africano >, di cui si è già parlato.[11]

 

IX

         L’affermazione del Ms. dell’Anonimo Bovinese intorno alla fama miraculorum che di S. Marco, ancora vivente, per totam Apuliam diffundebatur, vale anche e molto più per gli anni seguiti alla traslazione del sacro suo corpo a Bovino. Senza parlare di Benevento che, dopo la conversione al Cattolicismo dei suoi Duchi Longobardi, era divenuta < il centro del culto dei Santi appartenenti all’Italia Merdionale >, il Lanzoni ( op. cit. passim) ritiene che il S. Marco recensito sotto date diverse dal Martirologio Geronimiano e venerato ad Eclanum, a Frequentum, nel paese dei Marsi e ad Atina, erroneamente considerato in queste città come Vescovo locale, non sia probabilmente che il < celebre S. Marco di Aeca, popolarissimo in tutta la bassa Italia >.

         Può bene immaginarsi la popolarità che il Santo dovette godere a Bovino e nelle diocesi finitime dopo la traslazione delle sue sacre Ossa e l’autenticazione, da parte di Dio, della sua santità per mezzo dei miracoli, alcuni dei quali avvenuti, come già dicemmo, al tempo in cui scriveva il nostro leggendista. Ne è prova l’edificazione in suo onore della piccola, ma bella chiesa romanica [12] che, testimone sette volte secolare della grata pietà del popolo di Bovino, tuttora ammiriamo. Ne è prova altresì la straordinaria solennità della Dedicazione della medesima, avvenuta il 18 maggio dell’anno 1197, come risulta da un documento coevo inserito in una delle grandi Bibbie già appartenute al Capitolo Cattedrale di Bovino ( Codice Vaticano 10511 – fol. 253 v) ed alla quale intervennero, oltre al Vescovo di Bovino, i Vescovi di Trevico, di Frigento, di Bisaccia, di Monteverde, di Ascoli e di Fiorentino, e l’abbate di S. Maria Coronata.[13]

         Ecco lo storico ed autorevole documento, col quale ci è grato conchiudere queste povere note.

 

Dedicacio  ecclesie  Sancti  Marci  de  Bivino
In A.D. MCLXXXXVII die XVIII Maii
Nos Robertus, dei gratia Bivinensis episcopus, una cum universo Capitulo et cuncto Bivini populo,ecclesiam Beati Marci confessoris et episcopi patrocinium honorabiliter dedicavimus cum nostris fratibus infrascriptis, necnon omnibus vero ad honorem Dei et beate Marie semper virginis matris ac beatorum apostolorum eius Petri et Pauli ipsam ecclesiam beati Marci in unoquoque anni circulo per totum mensem Madij devote visitaverint, annos septem de criminalibus et de venialibus vero medietatem canonice in domino relaxamus. Hij sunt fratres nostri episcopi qui interfuerunt dedicacioni ecclesie supradicte:
Rufinus Vicanus episcopus.
Agapitus Frequentinus episcopus.
Guillelmus Bisaciensis episcopus.
Petrus Montisviridensis episcopus.
Goffridus Exculanus episcopus.
Robertus Florentinus episcopus.
Bartholomeus abbas sancte Marie de Coronata.
___________
 
Tempus advenientis  describitur omnipotentis,
Hijs, tribis exceptis, annis mille ducentis
Bis nono May tibi cum, Sanctissime Marce,
Urbis Bibini domus ista dicatur in arce,
Concio pontificum, septem convenit amena.
Hic Frequentinus, Vicanus, Bisaciensis;
Hic Exculanus pariterque Montisviridensis;
Hic Florentini venerabilis atque Bibini;
Atque Coronate pater abbas, Marce beate.


NOTE:

[1]  Aeca o Aecae, antichissima  città dauna di origine greca, distrutta nel Secolo VII; sorgeva nel punto in cui la Via Traiana si congiungeva con la Via Egnazia; sulle sue rovine fu edificata, nel Secolo XI, la moderna Troia.

[2] E’ un opuscolo rarissimo, con una xilografia di S. Marco in abiti pontificali che nella sinistra stringe un pastorale e con la destra regge una sommaria riproduzione della Cattedrale sormontata dalla scritta < Bovino >.

[3] Qualche volta però lo stile del Pietropaoli si avvicina molto a quello dello scartafaccio Manzoniano. Si legge, infatti, nella prefazione: << Avendo io conosciuto in molti e diversi  accidenti >> ecc. con un accenno sdegnoso alle << lingue dei mormoratori e maldicenti, non dei propri difetti osservatori ma delle fatiche d’altri, empi e ingiusti Aristarchi >>.

[4] Della sostanziale fedeltà del Pietropaoli nel narrare i fatti registrati nell’antico Manoscritto ci è garanzia la fedeltà del volgarizzamento della leggenda di S. Maria di Valleverde inserito nello stesso opuscolo: qui, anzi, la traduzione è addirittura letterale, e non è infiorata da concioni storiche.

[5]  La verbosità, e altro di peggio, apparisce fin dal Prologus che sembra scritto da un Secentista. Dopo essersi scusato della presunzione avuta di mettersi a scrivere la vita di un sì gran santo, afferma che < né Omero né Marone – facundissimi Gramatici – avrebbero potuto ignorare un carme degno di lui; forse Ambrogio, Gerolamo ed Agostino sarebbero stati idonei a celebrarne le lodi. Se la mia lingua fosse di bronzo o di ferro, non potrei narrare tutti i suoi miracoli > : adattamento non felice del virgiliano  < Non mihi, si linguae centum sint, oraque centum – ferrea vox ecc.>(Georg. II –43-44), < Non ego cunctas meis amplecti versibus opto >.

[6]  Il Pietropaoli, però, che forse ebbe presente altro codice della stessa Vita, afferma senz’altro che il Vescovo era Gisone.

[7]  L’andazzo non è cessato del tutto. Una trentina di anni fa, quando nell’Italia meridionale particolarmente, venne in voga la devozione di S. Espedito, Patrono per le cause disperate, un epigono degli agiografi medioevali trovò modo di comporre un grosso volume – Vita di S. Espedito, di un Santo, cioè, del quale non si altro che il nome, la qualità di Martire e il luogo del Martirio: Melitene in Armenia. – A proposito degli strani criterii seguiti dagli agiografi medioevali, gioverà riportare quanto dice il Grisar: < Un biografo anglosassone di S. Gregorio M. (Sec.VIII) confessa con semplicità ammirabile di non sapere con certezza se tutti gli strepitosi miracoli che narra di S. Gregorio appartengono veramente a lui o a qualche altro Santo; e dell’averli, nonostante ciò, narrati dà questa ragione: Essendo che i santi non formano al postutto che un corpo solo, quel che si dice dell’uno, può affermarsi dell’altro. ( S. Gregorio Magno – Roma – Desclee 1904 – p.34).

[8]  A tutto ciò serve, in qualche modo, di rincalzo la leggenda dei 12 Vescovi africani espulsi dai Vandali, approdati felicemente ai lidi della Campania e di là sparsisi in varie diocesi dell’Italia Meridionale. La leggenda, com’è stato dimostrato, non ha alcun valore storico; ha però valore indiziario in quanto che, volendo assegnare uno dei 12 Vescovi a Bovino, ne scelse uno di nome Marco, che quando la leggenda fu compilata ( Sec. IX o X ) era già a Bovino in grande venerazione. Si ebbe, così, lo sdoppiamento dell’unico S. Marco.

[9]  Questo fatto fu anche narrato in versi latini da Alfano Arcivescovo di Salerno (Sec. XI) < Tunc Marcus Praesul venerabilis urbis Aecanae ecc. >

[10]  Siccome, però, Bovino faceva, probabilmente, parte della diocesi di Aeca, dovette S. Marco, vivente, aver avuto con essa rapporti pastorali.

[11]  Osserva su questo punto il Dott. Marco Lolatte – Dizionario dell’Ecclesiastico – Napoli – 1845 – Vol. IV – p.440: < L’identità del nome e del carattere dei due campioni ( S. Marco di Aeca e S. Marco Africano ) ne ha così confuse nei secoli di mezzo le notizie, che i migliori scrittori, parlando di tali Santi, si veggono non poco imbarazzati; e di presente i loro Atti sono totalmente annebbiati che si stenta fatica a discernere se essi intendono discorrere del primo o del secondo, ovvero se di entrambi facciano uno solo >.

[12]  La costruzione di questa chiesa dovrebbe essere alquanto anteriore alla sua Dedicazione; infatti l’Anonimo, che scriveva nel Secolo XI, afferma: < Super sanctum Corpus ejus ecclesia aedificata est, suo nomini dicata. Può anche darsi che sul luogo ove poi sorse l’attuale chiesa, ne esistesse una più antica, forse più modesta, ove si conservava il corpo di S. Marco, come si potrebbe argomentare da alcuni elementi architettonici venuti in luce nel 1935, durante i restauri Cf. la pregevole monografia già citata altrove, dell’arch. C. Ceschi < La Cattedrale e S. Marco di Bovino >.

[13]  Trevico, Frigento e Monteverde sono ora diocesi soppresse. Fiorentino è città distrutta ( a breve distanza da Lucera ) che conobbe gli splendori della corte imperiale di Federico II. Santa Maria Coronata era un Monastero di Cistercensi annesso al tuttora celebre  Santuario dell’Incoronata nell’agro di Foggia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.


*